Più si ricordano le storie ciclistiche del Team Fanini e di Amore e Vita e più ci si rende conto del patrimonio sportivo che vanta Capannori, per decenni uno dei territori comunali italiani fra i più importanti nei risultati e nel reclutare giovani ciclisti da tutto il mondo per poi lanciarli nelle corse professionistiche. Sono anni che narriamo la storia Fanini e sembra non finire mai. Lo facciamo attraverso i diari dei suoi protagonisti ma anche con approfondimenti attraverso le loro dichiarazioni e le cronache sportive. Questa è la volta dell' attuale cinquantenne Timothy David Jones, uno fra i primi africani arrivati a correre nel professionismo per forte volontà di Ivano Fanini, il dirigente sportivo capannorese più vittorio di tutti i tempi, colui che ha saputo coniugare la dimensione internazionale con quella italiana: sono moltissimi e di 44 nazionalità gli stranieri che hanno corso per le sue squadre: prima da dilettanti e poi da professionisti. Tutto questo trasmettendo loro i valori dello sport portandoli al successo e nello stesso tempo farli socializzare acquisendo fiducia e sviluppando le loro qualità. Nella lunghissima lista c'è lo stesso Timothy Jones, che a 22 anni sfondò in Italia esordendo con i colori di Amore e Vita. Aveva una corporatura brevilinea, fondamentale per ridurre il carico gravitazionale in salita e sfondare come scalatore. Arrivò al Team Fanini nel 97 portando a termine il suo primo triennio da professionista. I suoi primi successi nel 1998 quando si impose nella cronometro individuale nei campionati nazionali dello Zimbabwe, suo paese di origine, e nella quarta tappa e classifica finale al Giro del Capo. Il 1999 fu il suo anno migliore quando riuscì a staccare tutti nella 5.a tappa del Giro della Slovenia da Grosuplje a Vrsic, la più dura per altimetria e per lunghezza con i suoi 202 chilometri. Un' impresa che gli valse la maglia di leader della classifica e che difese il giorno successivo nella 6.a ed ultima tappa che si concluse a Novo Mesto, località di grande patrimonio archeologico nel centro della Dolenjska, vinta dall' italiano Moreno Di Biase della forte compagine Navigare. Nella classifica finale Jones si aggiudicò il Giro con 1'49" di vantaggio sullo sloveno Tadej Valjavec della Sava Kran e con 2'04" sull' italiano Stefano Panetta a completamento del podio.
Chiamato da tutti gli amici Tim come abbreviativo, lui va orgoglioso della sua carriera e non ha nessun rimpianto.
"Da ragazzo mi trasmise la passione per il ciclismo mio padre David purtroppo da anni deceduto-dice Tim-acquistandomi una bicicletta di seconda mano. Nello Zimbabwe non c'era a quei tempi una grande conoscenza per questo sport. A 18 anni mi staccai dalla famiglia per andare a disputare le prime corse in Europa. Scelsi la città francese di Limoges. Mi sono costruito una carriera grazie ad una forte dedizione e ad enormi sacrifici, partendo da realtà umili provenendo da quartieri popolari. Trovai la squadra in Francia ed iniziai a correre. Nel campionato del mondo dilettanti che si corse a Lugano mi notò Ivano Fanini e finita la corsa mi portò a conoscere la sua squadra professionistica a Capannori. Mi aggregai seguendo da vicino corse importanti come la Milano-Torino ed il Giro di Lombardia. Tornai in Francia prima di trasferirmi a Capannori trovandomi professionista nel 1997 per forte volontà di patron Fanini riuscendo a vincere le prime corse."
IL SUO PASSAGGIO ALLA MOBILVETTA DESIGN
Un inizio di carriera niente male per Tim che gli valse il passaggio alla Mobilvetta Design nel biennio 2000-2001. Nel 2001 vinse il Giro dell'Etna superando fior di campioni.
"Quella corsa è stata la vittoria più importante nella mia carriera. Dopo che Fanini mi lanciò riuscii a riscuotere la fiducia di Stefano Giuliani, altra persona alla quale devo molto. Era lui il patron e diesse della squadra. Al Giro dell' Etna superai fior di campioni come Davide Rebellin, Paolo Bettini, Mirko Celestino e Francesco Casagrande. "
Poi sempre nel 2001 un infortunio che ne limitò la carriera. Una rovinosa caduta alla Milano-Vignola gli procurò numerose fratture multiple, dove il corpo fu colpito in più punti.
"Pensavo di smettere di correre. Fui ricoverato all' ospedale di Modena, ma non riuscivo più a camminare. Convinto di smettere mi dedicai a qualsiasi lavoro facendo anche il pizzaiolo ed il manovale per vivere. Poi nella primavera del 2002 mi si risvegliò la voglia. Luciano Galleschi, proprietario della Parkpre mi fornì la bicicletta facendomi partecipare a qualche Gran Fondo ma senza prepararmi come avrei dovuto. Ne vinsi alcune tanto da ritornare in me la motivazione di riprendere a correre. Ancora una volta la mia ancora di salvataggio fu Ivano Fanini. Lo cercai guadagnandomi di nuovo la maglia di Amore e Vita e nel 2003 e tornai a vincere nella terza tappa della Settimana Ciclistica Lombarda. Presi di nuovo fiducia e ad agosto Fanini mi lasciò passare alla Domina Vacanze dove ebbi grandi soddisfazioni nel fare il gregario a Michele Scarponi, dandogli una mano nelle sue vittorie. Nel 2005 la mia annata peggiore con la Tenax dove si aspettavano grandi cose da me ma la squadra non mi sosteneva. Preferivo fare il gregario."
NEL 2006 IL RITORNO DA FANINI E LA CHIUSURA DELLA CARRIERA
"Con Ivano-prosegue Tim- vivevo una atmosfera più distesa. Avvertivo la sua fiducia e correvo meglio. Con lui respiravo insomma un clima emotivo-relazionale positivo. Negli anni di Amore e Vita mi sono trovato molto bene anche con i D.S. Giuseppe Lanzoni, Gianluigi Barsottelli e Roberto Pelliconi.
Si può definire un pioniere?
"Per certi versi si. Non so nella storia ciclistica quanti africani come me si sono insediati in terre sconosciute per correre, ma sicuramente se ciò è accaduto, pochissimi. Sono comunque ripeto soddisfatto di esserci riuscito esplorando e colonizzando in paesi lontani dalla mia terra dove tutt' ora nello Zimbabwe vivono mia madre e le mie sorelle che quando posso vado a trovare, diventando un precursore per il ciclismo."
Che lavoro esercita attualmente e dove risiede?
"Quando alla fine del 2006 attaccai la bicicletta al chiodo mi dedicai a dei corsi per avere la certificazione di poter insegnare ai giovani la lingua inglese acquisendo le competenze necessarie. Da una quindicina di anni sono conosciuto ed esercito questa professione a Pontedera, dove ho la mia residenza."
Il suo quadretto familiare?
"Convivo con Alessia e ho tre figlie: Denise che ha 20 anni, Vanessa di 16 anni e Miriam di 3 anni. Il ciclismo mi ha dato molto sotto l'aspetto dei valori come la lealtà e l' autodisciplina, il lavoro di squadra ed il rispetto delle regole, sviluppando la fiducia in me stesso. Ho fatto tanti sacrifici ma li rifarei tutt' ora magari sbagliando meno ma credo che tutte le persone se potessero tornare indietro avrebbero qualcosa da migliorare."



