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Scritto da aldo grandi
Ce n'è anche per Cecco a cena
23 Giugno 2026

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Nel panorama delle relazioni contemporanee si consuma sempre più spesso lo stesso dramma silenzioso: la sovrapposizione illusoria tra l’innamoramento facile e l’amore vero. Molti leggono Erich Fromm, citano l'arte di amare, ma poi, alla prova dei fatti, si rivelano analfabeti emotivi. Confondono il brivido della novità con la costruzione, e scambiano la propria immaturità per una semplice crisi di percorso. L'illusione della liana e la fuga. C’è una categoria di persone che potremmo definire "predatori emotivi". Sono individui che rimangono all'interno di una relazione finché questa garantisce loro un nucleo di benefici: stabilità, protezione, socialità e comfort. Abitano quegli spazi, nutrendosi della generosità e della sensibilità del partner. Tuttavia, non appena il rapporto richiede un investimento affettivo profondo, una complicità emotiva che vada oltre la superficie, o quando si palesano le normali fragilità umane, queste persone entrano in corto circuito. Non avendo il coraggio di guardarsi dentro e di affrontare i propri nodi irrisolti, scelgono la via più facile: la fuga. È la "tecnica della liana": non lasciano mai una presa se non hanno già un altro appiglio, un surrogato passeggero da vedere saltuariamente per garantirsi quell'eccitazione artificiale che chiamano falsamente amore. E per giustificare questo tradimento della fiducia, attuano un cinico ribaltamento della realtà. Attaccano i punti deboli del partner, ne colpevolizzano le risposte ansiose e lo dipingono come un mostro pur di non guardare le macerie che si lasciano alle spalle. Distruggere per non guardarsi dentro. Perché un predatore emotivo ha bisogno di mostrarsi freddo e distaccato alla fine? Perché l'indifferenza ostentata è la sua unica linea di difesa. Se si voltasse a guardare con onestà la storia trascorsa, se riconoscesse la grandezza di chi gli ha dato tutto, dovrebbe ammettere il proprio fallimento totale come persona, come partner e come guida familiare. Dovere lasciare le certezze per trasferirsi in una dimensione anonima è il dazio materiale che la realtà impone a chi agisce per puro egoismo. Ma il declassamento interiore è ancora peggiore: è la condanna a vivere una vita superficiale, scappando continuamente da una situazione all'altra per paura di essere scoperti nella propria nudità emotiva. Chi non sa distinguere l'infatuazione transitoria dall'amore maturo è destinato a replicare all'infinito lo stesso schema di abbandono e distruzione, trascinando con sé anche i figli in continue separazioni e traslochi. Il coraggio di restare. L'amore vero, come insegnava Fromm, non è un sentimento passivo in cui si "cade", ma un'azione attiva, una decisione, un'opera d'arte che richiede maturità, responsabilità e il coraggio di restare. Restare quando le cose si fanno difficili, restare per proteggere chi si ama, restare per costruire basi solide, invece di scappare per paura della profondità. Chi ha un animo sensibile soffre davanti alla freddezza, ed è giusto che sia così. Ma quella ferita non è un segno di debolezza: è la prova che si è rimasti umani. La vendetta poetica di chi ha dato tutto non sta nel rancore, ma nella consapevolezza. Chi ha saputo offrire una vita piena resta una persona integra, con la propria dignità e la propria socialità intatte. Chi ha preferito fuggire su una liana, invece, rimane solo un fantasma immerso nei propri scatoloni, condannato a guardare da lontano la felicità di chi ha finalmente imparato a camminare da solo.

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