La storia, scriveva Karl Marx, si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa. Ma a ben guardare ci sono cose che si ripetono molto di più. Movimenti rivoluzionari nati dal basso che finiscono per tradire gli ideali che li avevano generati. Governi “diversi” che, appena salgono al potere, si appropriano dei modi degli uomini di potere che hanno appena rovesciato. Niente di cui scandalizzarsi, del resto: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, occorre che tutto cambi». Gattopardo dixit.
Questa affermazione, amaramente capovolta, è anche il sugo dell’opera di Umberto Giordano: Andrea Chénier, 1896, Francia rivoluzionaria, quella che ha trasformato una rivoluzione libertaria in un regime sanguinoso.
I personaggi sono tre: Maddalena, figlia dell’aristocrazia; Andrea Chénier, poeta; Gérard, servitore in casa della contessa madre, da sempre innamorato di Maddalena. Ormai l’avete imparato: nell’opera gli amori ricambiati sono pochi, e sempre tormentati. Maddalena ama Andrea.
Poi la rivoluzione spazza via a colpi di ghigliottina la classe nobiliare francese, e le parti si invertono. Gérard è ora uno dei capi del nuovo regime. E che cosa fa, con quel potere? Asciuga le lacrime degli orfani, allevia le sofferenze dei poveri? No: lo usa per far incarcerare e accusare ingiustamente Andrea, di cui è geloso.
Per salvarlo, Maddalena – caduta in povertà, mantenuta dalla vecchia serva che si prostituisce per lei – decide di offrirsi a Gérard. La sua aria, La mamma morta, è di uno strazio assoluto: devono averlo pensato anche gli sceneggiatori di Philadelphia, che proprio su quest’aria hanno costruito la scena tra Tom Hanks e Antonio Banderas.
Ed è qui che accade la cosa interessante. Gérard è tentato, certo. Ma qualcosa in lui si è rotto:
«Un dì m’era di gioia passar fra gli odi e le vendette, puro, innocente e forte. Gigante mi credea… Son sempre un servo! Ho mutato padrone. […] La rivoluzione i figli suoi divora.»
Gigante mi credea. Son sempre un servo. In due versi c’è tutta la parabola di chi voleva cambiare il mondo e si è ritrovato a replicare, identico, il potere che intendeva distruggere.
Gérard si commuove, rifiuta l’offerta di Maddalena, tenta di scagionare Andrea al processo. Inutile: il poeta è condannato. Allora Maddalena compie il gesto estremo: cede il suo lasciapassare a una madre condannata a morte, ne prende il posto, e sale al patibolo insieme all’uomo che ama.
«Salvo una madre! Maddalena all’alba / ha nome per la morte Idia Legray!»
E quando ti abitui a vivere dentro amori così, come fai ad accontentarti di qualcosa di mediocre?
È beffarda la sorte degli ideali quando non sono sorretti da uno sguardo concreto, critico, sulla realtà: finiscono nel fango. Chi voleva cambiare tutto ha causato più dolore di quanto intendesse evitarne; ha ripristinato lo stesso identico potere crudele che voleva abbattere. Nelle strade che avevano visto le barricate e il fuoco degli ideali, dopo i moti resterà soltanto una lunga scia di terrore.
Andrea Chénier ci insegna allora a diffidare del nuovo, a non prestare orecchio alla rivoluzione? No di certo. Ci mostra piuttosto le conseguenze del pensiero unico: quello che accade quando decidiamo di farci bastare ciò che ci viene raccontato, senza prendere decisioni autonome. È esattamente ciò che è successo a Gérard. Si è accontentato di un solo racconto tra i molti possibili, l’ha accettato acriticamente, e alla fine ha perso tutto: la sua idea, la sua anima, e Maddalena.
Ecco la teoria della critica pratica che quest’opera consegna a noi, oggi. Non riteniamoci mai appagati di morali diffuse o racconti semplicistici, nell’analizzare il presente così come la Storia. Non ascoltiamo il pregiudizio comune: pensiamo con la nostra testa. Informiamoci, leggiamo, decidiamo. Non lasciamo che nessuno ci intontisca con idee preconfezionate.
Facciamo che il nostro presente diventi il regno concreto del pensiero critico.



