Roma ieri. Roma oggi. Tutto è cambiato. Eppure, a saper guardare, tutto è come prima: lo stradone si congiunge ancora con la Grande Arteria e la Piazza ha sempre la stessa identica forma a mezzaluna. Anche il Famoso Monumento è sempre lì che incombe, appena appena un po' più visitato di allora. Gite scolastiche e turisti giapponesi si sono ormai definitivamente appropriati anche del Luogo Celeberrimo, la cui frequentazione, solo qualche anno fa, staccava l'intellettuale dal turista da Colosseo o dal polacco in visita a San Peter palace.
Appena più appannati i colori. Solo più assillanti di un tempo i rumori, ma sempre attutiti rispetto ad altre zone della città...
Meno intenso e insinuante il profumo dei glicini: a volte, però, a primavera, lo sento ancora, intenso come un tempo. Nel naso, nella testa, nella pancia si rimescola tutto languido, morbido, estenuante come le carezze che solo tu, con mano sorprendentemente esperta, sapevi fare sulle panchine tra le siepi e gli alberi della Villa. E non solo lì.
Parliamone. Della Villa, delle carezze, delle panchine, dei glicini ... Anzi, partiamo proprio dal loro incredibile azzurro. Te lo ricordi? E il loro sapore lo rammenti? Un liquore, a masticarne i petali. Ci arrampicavamo sui muretti che separavano il cortile proletario dai giardinetti borghesi con l'abilità che veniva da una lunga esperienza, evitavamo le maglie, assai larghe per la verità, di un blando tentativo deterrente di filo spinato, poi era il tronco stesso del glicine, nodoso, tortuoso e robusto a sostenerci. Ed eravamo di là... Eccitati, spaventati, felici, le mani e le ginocchia polverose. Poi, con le stesse mani di polvere strappavamo il grappolo e succhiavamo i petali alla base dolci di un dolce mai provato. A volte, il proprietario ci sorprendeva e il suo grido di guerra "A fiji de 'na mignotta" se gli faceva perdere decoro ci sollecitava a risalire rovinosamente il muro per dove eravamo discesi. Appena di là era bello tornare a essere in tanti per inanellare parole pesanti - "Stronzo", "Vaffanculo" "Ciairottoercazzo" – e sonore che riempivano la bocca e i cuori. I grappoletti di glicini strappati alla pianta, prova provata della coraggiosa missione compiuta, portati alla fontanella vicina venivano lavati e ciucciati ma il loro sapore non era più lo stesso.
Eravamo tanti nel Cortile... trenta, quaranta dai sei ai dodici, tredici anni, nati dopo la guerra da coppie giovani e feconde in tempi di rare e avare distrazioni: la radio a valvole, il cinema parrocchiale la domenica pomeriggio. La Roma e la Lazio... Così, ognuno di noi finiva per ritrovarsi sempre più fratelli e sorelle di quanti avrebbe desiderato e le finanze familiari consentito. Li tiravamo su noi questi cuccioli umani ancora più cuccioli di noi: ce li portavamo in braccio a giocare al pallone e nelle scorribande per le decorose e quiete vie dintorno. Tutti noi brutti e buffi vestiti degli abiti rifatti dei babbi e dei fratelli maggiori sempre troppo larghi o troppo stretti. Loro, i più piccoli con il moccio perenne al naso, noi con perenni e imprescindibili croste di sangue raggrumato alle ginocchia. Felice orda barbarica allargavamo di giorno in giorno i nostri confini aggiungendo ai nostri territori un altro isolato, un'altra piazza dimentichi dell'eterno "non attraversare" di genitori preoccupati. Adulti poveri e dignitosi, sempre affaccendati e incazzati. L'unica regola fissa era rientrare un po' prima dei padri... Li vedevamo apparire da lontano, incombenti, all'inizio della discesa che li avrebbe portati veloci e affamati ai figli e alle mogli. Giovani uomini, impiegati statali, parastatali, ministeriali ore 14:00, 14:15 Eccoli, arrivano arrivano ed era una diaspora veloce e noi uno stormo di passeri... Entravamo in casa due, tre minuti prima di loro le mani già lavate l'aria conveniente con cui è giusto accogliere il paterfamilias. Come li odiavo! Dormivano con le nostre madri e a intervalli regolari ci regalavano fratelli e sorelle rompicoglioni, ci strozzavano la vita con le loro regole con divieti e impacci d'ogni genere... Il mio poi ci aggiungeva un terrore folle delle malattie, l'assillo dell'andare bene a scuola, la ricerca di un decoro formale rivolto più all'esterno che a una severa legge interiore.



