Ho sempre parlato poco di S. Maria Capua Vetere. Un piccolo cenno l'ho fatto nel libro La culla della luna ricordando il mio paese natale, San Prisco, in provincia di Caserta. Quando da bambino i miei genitori si recavano a trascorrervi le vacanze estive, era alla stazione di S. Maria Capua Vetere che ci fermavamo, e lo zio Michele, fratello di mia madre, veniva a prenderci con la carrozzella.
S. Maria Capua Vetere si è mitizzata nella mia memoria. La vedo in fondo al viale alberato che collegava, lungo appena un chilometro, San Prisco alla piccola e graziosa cittadina. Ricordo poco di essa. Una pasticceria appena arrivati, in cui andavo per gustare alcuni dolci locali, in particolare i taralli pieni di zucchero, e soprattutto la via principale. Il suo ricordo mi procura ancora oggi un piacere struggente. Affollata nell'ora del passeggio, aveva due cinema, uno a destra e l'altro a sinistra, non molto distanti tra loro. Numerosi bar tenevano all'aperto i loro tavoli pieni di gente, che si gustava la stagione mite e la vista specialmente delle belle ragazze. Vi era sempre un clima festoso. Andare a S. Maria era come andare a Roma o in qualche altra grande città, tanto da bambino l'avevo arricchita di fascino. E lo aveva, al punto che ancora oggi, vicino ormai agli 85 anni, non la dimentico. Certamente non è più come allora. Da quel tempo non l'ho più rivista, mentre ho rivisto il mio paese natale vent'anni fa, con le mie bambine piccole, già allora mutato assai e privato delle sue peculiarità di paese di campagna (NdA: ci sono tornato per 2 giorni nel 2023 a ritirare una targa rilasciatami dal Comune di San Prisco). Il viale che conduce a S. Maria e, in direzione opposta, a Caserta, distante appena sei chilometri, era già riempito di costruzioni e non vi erano più le alberature della mia infanzia. Molto si è perduto del fascino di quegli anni. Ma S. Maria l'ho intatta nella memoria come la cittadina dove si andava per il passeggio e dove si potevano trovare tutte le comodità e le novità di quegli anni. Più avanti, proseguendo verso Capua, s'incontrava il Volturno. Ho ferma nella memoria la mia figura, appoggiata sulla spalletta del ponte, che si sporge per ammirare il fiume che vide le gesta di Garibaldi e dei suoi Mille.
Che cosa mi impedisce di tornare di nuovo a rivedere quei luoghi? Non sono molto lontani, in fondo. In poche ore si arriva e potrei anche ritornare nella stessa giornata, oppure soffermarmi uno o due giorni per saziare l'anima di sensazioni e di ricordi. Ma non lo faccio. Tutti i miei sogni restano imprigionati in me. Che cosa si modifica in un uomo in modo tale da produrre una immobilità che mortifica il desiderio? È forse il rimpianto di aver perduto una parte di mondo che non c'è più e sopravvive solo nella memoria? O prendere contatto con la nuova realtà modificata, produrrebbe la conseguenza dolorosa di annullare il ricordo, di cancellare per sempre quelle emozioni giovanili dalla mia vita? Forse è questo il motivo che mi trattiene qui, lontano da quei luoghi dove ha preso origine la mia razza. Anche se Lucca è stata la culla della mia vita, della mia formazione, della mia lingua, non devo dimenticare che le mie antiche radici sono sprofondate nel sud dell'Italia. Il sud così mortificato, così sacrificato, così dimenticato, ha un posto sacro nella mia anima, e forse da lì si origina la scintilla che arricchisce ed illumina il mio sentimento.
Celeste non sa che, guardandola, sto ripensando alla mia infanzia. È davanti a me, deposta sul ramo di pino. Col becco si gratta sotto le ali, verso la coda; alza una zampetta, perde l'equilibrio, lo riconquista col movimento delle ali, torna in posizione corretta, chiude le palpebre grigie, più chiare del suo piumaggio scuro; si appisola. Penso che quando volerà, potrebbe passare da quei luoghi nel suo viaggio diretto in Africa. Vorrei riuscire a parlarle, raccontare di quegli anni, affinché, giunta davanti alla mia casa natale, in via Traversa Cavacone 2, a San Prisco, nella cameretta dove ho visto la luce, e in cui ora abita mia cugina Maria, la figlia dello zio Michele, scenda dal cielo, si posi sul balcone della piccola scalinata esterna e di là riprenda il volo, dopo questo omaggio al paese che mi ha visto nascere. La vedo, la scena, come se fosse davanti ai miei occhi, con Maria e suo fratello che si chiama come me, Bartolomeo, che non capiscono perché quella rondine si è fermata proprio lì. Ma poi, chissà, un intimo pensiero li pervade; Celeste muove il capino, parla loro in qualche modo, e forse il suo linguaggio, in questa speciale circostanza, potrebbe essere perfino compreso. I miei cugini le si avvicinano, Maria la prende sul palmo della mano, come ho fatto io più volte e, dopo averla baciata, l'aiuta a riprendere il cammino.
Celeste, la rondine che Raffaella ed io abbiamo allevato
Scritto da Bartolomeo Di Monaco
Cronaca
07 Novembre 2026
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