Siamo sul finire del ventesimo secolo. A Lucca, all'interno della redazione guidata da Paolo Magli il clima è incandescente. Almeno per noi, la pressione quotidiana è micidiale, non soltanto per gli articoli pubblicati e i buchi presi o dati, quanto, piuttosto, per la costante mania di aumentare le rubriche, intensificare la quantità dei pezzi, pretendere sempre una costante e crescente adesione alle richieste. Avevamo tentato un approccio con Piero Gherardeschi, caporedattore centrale venuto a Lucca per una visita pastorale, al fine di tastare il terreno sulla possibilità di sostituire Magli, ma non ci cagò neanche di striscio. Restammo insoddisfatti e cominciammo a pensare che nessuno ci avrebbe salvato dallo stress e dalla tensione. Il caposervizio non era cattivo, ma dopo anni di pressione, a nostro avviso era vicino a scoppiare. L'ultima rubrica voleva essere quella degli orari delle messe delle varie chiese di Lucca, roba da tagliarsi le vene sia per chi avrebbe redatto la rubrica sia per chi l'avrebbe dovuta leggere. Tutti o quasi, chi più chi meno, si guardava intorno e sperava, sperava, sperava.
Ad un certo punto qualcosa si mosse. Fu nominato direttore responsabile de La Nazione Andrea Biavardi e con lui venne inviata a Lucca la Grazia Buscaglia. Biavardi voleva un giornale di storie e ogni mattina, in seguito e dopo la rivoluzione, l'apertura doveva essere dedicata non a una notizia, anche se c'era, ma a una storia. La Buscaglia trovò subito un buon accordo con alcuni dei redattori, Aldo Grandi e Remo Santini in primis, ma anche Paolo Pacini. Con Grandi poteva anche capitare di vederla in sella alla di lui moto e i due chiacchieravano del più e del meno, ma anche di un caposervizio che non faceva più fare vita a nessuno. Era uno sfogo senza pretese, nemmeno tanto cattivo, tutt'altro, ma è indubbio che, almeno, si poteva dire quello che si pensava. Ogni settimana c'era il giorno di corta, ossia di riposo. Eravamo saliti all'Abetone tanto per respirare un po' di aria buona. Squillò il cellulare e la nostra compagna ci avvertì che c'era Remo al telefono. Strano che durante un giorno di riposo venissimo chiamati. Afferrammo il cellulare e ascoltammo: era una notizia bomba. Paolo Magli non era entrato nelle grazie della Buscaglia e lo avevamo capito che non era stato capace di ingraziarsela, tutt'altro, e lei, complice il BIavardi, lo aveva silurato. Santini ci aveva chiamato per sapere cosa ne pensavamo. La Buscaglia voleva sapere cosa ne pensavamo Pacini, Grandi e Santini. Nessun dubbio, il pollice fu verso.
Da un giorno all'altro e senza tante seghe colui che ci aveva insegnato molto e sarebbe ingiusto negarlo, ma che ci stava facendo dare di matto, venne sbattuto fuori. Una vittoria insperata, una gioia stratosferica. La vecchia guardia a Firenze non era riuscita o non aveva voluto rimuoverlo, la coppia Biavardi-Buscaglia lo aveva fatto in un battibaleno. Ricordiamo che, una volta rientrati a Lucca e, l'indomani, commentata tra noi tre la notizia, provammo una gioia pazzesca pari almeno alle volte che ci aveva fatto schiattare distruggendoci di stress. Era il 1999. Dopo il saluto di Biavardi e Buscaglia ch ci facevano scrivere una storia ogni giorno, arrivò uno dei giornalisti più bravi e più professionalmente preparati del giornale: Stefano Cecchi. Cecchi viveva a Prato, a noi ci era stato molto, ma molto simpatico anche perché scriveva molto bene e non se la tirava. Non restò molto, ma fu mandato a gestire la redazione prima dell'arrivo di un giornalista definitivo. Cecchi era anche tifoso della Fiorentina e questo era un altro motivo di simpatia. Riportò la redazione a fare quello che ogni redazione dovrebbe saper fare ossia la produzione di notizie. Da allora lo seguimmo e comprendemmo che se c'era un giornalista che avrebbe meritato di fare il direttore responsabile, era lui. E infatti non lo fecero mai.
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