L'ultimo libro, Fuori dal coro, pubblicato da Baldini&Castoldi nel 1998, aveva prodotto il contratto con Alessandro Dalai per la pubblicazione di Giangiacomo Feltrinelli l'editore morto a Segrate il 14 marzo 1972. Avevamo accettato l'incarico sapendo che sarebbe stato un inferno riuscire a trovare il materiale, ma non ci arrendemmo e cominciammo la ricerca. Ci aiutò molto, all'inizio, Ghita Feltrinelli, del ramo opposto a quello dei Feltrinelli di Giangiacomo. Una donna di grande classe, elegantissima, intelligente, che senza problemi ci disse che, qualora fossimo venuti a Milano a lavorare per il Corriere della Sera, un appartamento ce lo avrebbe trovato lei. E che appartamento. Contattammo Carlo Feltrinelli, il figlio, sbagliammo completamente l'approccio. Gli facemmo avere dei documenti sul padre che avevamo preso dal fascicolo presso il tribunale di MIlano che nessuno aveva mai consultato. In essi emergeva il tradimento fisico che Sibilla Melega, la sua ultima moglie, aveva perpetrato nei suoi confronti, lui che era impegnato a fare la rivoluzione. Fu un lavoro straordinario, che ci portò a visitare più volte la villa La Cacciarella a Porto Santo Stefano, villa che aveva fatto costruire Giannalisa Gianzana, moglie di Luigi Barzini Junior e madre di Giangiacomo Feltrinelli. Il custode, che divenne nostro amico all'insaputa di Carlo Feltrinelli, ce la fece visitare in lungo e i n largo ed era rimasta esattamente come allora. Proprio dall'Argentario telefonammo, stupidamente, a Feltrinelli e lui capì, allora, che non stavamo scherzando e che eravamo piuttosto avanti col progetto. Ci aveva detto che non avrebbe fatto niente per intralciarci, ci eravamo sbagliati.
A inizio 2000 cademmo in uno stato di forte depressione. Eravamo sotto le feste, nostro figlio era rimasto a casa solo con la nostra ex moglie. Ci sentimmo una merda come ci si sente, spesso, in questi casi. Non andammo a lavorare per una settimana, a Milano dove avevamo fissato appuntamenti presso vari archivi alla ricerca di materiale, andò al posto nostro un giovane aspirante giornalista lucchese, Iacopo di Bugno, nostro amico e compagno di squadra nella squadra degli Scoop. Se non ci fosse stato lui non sappiamo come avremmo fatto. La nostra compagna di allora conosceva un'amica, sua ex collega di lavoro che, a sua volta era stata curata da un giovane psichiatra lucchese, Stefano Michelini. Ci portò da lui il quale ci disse che in quel momento avevamo un motore da 5000 cc di cilindrata, ma la carrozzeria di una Cinquecento. In poco più di un mese tornammo meglio di prima, carichi a pallettoni, entusiasti, gioiosi, non ci sembrava vero aver superato un momento così brutto. Alla fine riuscimmo a pubblicare il libro, ma la casa editrice Feltrinelli ci superò di tre mesi anticipando lo scoop in libreria. Le librerie Faltrinelli ci boicottarono senza pietà, comprensibile e su direttiva di Inge Schoental, la terza moglie di Giangiacomo Feltrinelli e moglie di Carlo. Il libro, comunque, andò bene, ma avrebbe potuto andare peggio. In compenso Dalai era riuscito ad avere la prima pagina della cultura sia della Repubblica sia del Corriere, con due articoli di Nello Aiello e di Dino Messina. Un colpaccio che videro anche i vertici a Firenze de La Nazione, ma noi stavamo sulle palle a tutti provenendo da Roma. Ecco perché non c'è mai stato un feeling tra noi e il giornale, mai.
Eravamo a Novi Ligure per la presentazione del libro su Feltrinelli. In mezzo al pubblico c'erano Lorenzo Fazio, direttore editoriale della prestigiosa collana Gli Struzzi di Einaudi e Federico Fornaro. Erano rimasti colpiti in positivo dal libro e ci presero da una parte. Dopo i complimenti di rito, Fazio ci propose di lavorare per Einaudi: eravamo stupefatti, cazzo, Einaudi, la casa editrice torinese più famosa d'Italia per il prestigio. Gli Struzzi, poi, erano la collana più conosciuta per la saggistica. Ci invitò a Torino in via Biancalmano. Ci andammo in treno, dalla stazione ferroviaria non era molto distante. Fazio ci ricevette con una gentilezza e un modo di fare che ci colpirono e che furono anche in seguito le caratteristiche della sua figura professionale umana. Ci disse subito che il libro riguardava Potere Operaio. Voleva la storia di uno dei gruppi più conosciuti della galassia extraparlamentare di sinistra. Non sapevamo granché, anzi, poco o niente, ma accettammo. Il compenso non era male, ma quando firmi per Einaudi i soldi sono l'ultimo dei problemi. Tornammo a casa felici e soddisfatti, eravamo un pennivendolo di provincia senza prospettive giornalistiche, ma in quanto a pubblicazioni, iniziavamo a vedere una luce in fondo alla strada. Una volta a Lucca iniziammo a cercare documenti e a leggerli. Ci rendemmo subito conto che Potere Operaio era il più elitario tra i gruppi della sinistra extraparlamentare e che il linguaggio che usava nei documenti e nel giornale era un linguaggio difficile da comprendere, molto ideologico, riservato ad una élite politica che era il vertice del gruppo stesso. Composizione di classe, ad esempio, ci mettemmo una vita per impararne il significato. Acquistai anche libri e documentazione pagandola non poco, ma ho sempre amato utilizzare gli originali piuttosto che le fotocopie almeno se non indispensabili. Accumulavo materiale su materiale, alla commissione stragi di palazzo San Macuto trovai una splendida impiegata che mi aiutò nel reperire i documenti e con essi molti nominativi che cominciai ad intervistare e da lì si aprì un mondo, il mondo di Potop che arrivai a padroneggiare al punto da costituire una sorta di punto di riferimento per una generazione che aveva voluto provare a conquistare il potere attraverso la lotta armata senza, tuttavia, riuscirci.
(15 - Continua)



