«Noi non ci siamo mai lasciati. Ci siamo solo assentati un po’ a lungo. La politica era la tavola attorno a cui ci incontravamo: il resto era amicizia, e l’amicizia non si vota.»
Un uomo della Prima Repubblica
Massimo Baldini è stato un uomo politico della Prima Repubblica: quella dei grandi, quella in cui le parole pesavano e gli uomini che le pronunciavano sapevano di doverne rispondere. Io ho avuto l’onore di lavorare e di fare politica con lui, quando entrambi eravamo nel PSI e ricoprivamo incarichi dirigenziali. Se si mettono insieme gli anni, si arriva a un’amicizia che corre sulla linea del tempo per quarant’anni: quasi una vita intera, e la parte migliore della mia.
L’avevo sentito poco tempo fa. Una lunga chiacchierata, piacevole e costruttiva come sempre: due che si raccontano il presente senza dover spiegare il passato, perché il passato lo conoscono insieme. Non sapevo, mentre parlavamo, che stavo già salutando.
La politica come scuola, non come carriera
Nei nostri toni non c’era nostalgia. C’era la consapevolezza — più amara della nostalgia, perché non si consola di niente — di un mondo caduco: di valori, di norme, e quindi di politica. Noi, che eravamo abituati a confrontarci con «i grandi» e a cercare ogni volta di fare meglio, ci ritrovavamo spaesati dalle nuove regole e dalla pochezza di chi governa il nostro grande Paese.
Per noi la politica non è mai stata una carriera. Era una scuola, una disciplina dell’intelligenza e del carattere: si studiava, si discuteva, ci si arrabbiava, e alla fine si sceglieva. E si scelseva sapendo che qualcuno, fuori da quella stanza, avrebbe pagato le conseguenze della nostra scelta.
Il tavolo del «Guercio»
Ecco perché voglio ricordare Massimo non soltanto per le sue doti di avvocato e di politico, per i suoi innumerevoli incarichi istituzionali: tutto questo è storia, e la storia si scrive anche senza di noi. Voglio ricordarlo per la nostra amicizia, rimasta immutata nel tempo.
Passavano mesi da un incontro all’altro, eppure appena ci ritrovavamo era come se fosse passato solo un giorno: come se il tempo, tra noi due, non avesse avuto il permesso di entrare.
Noi che eravamo abituati a discutere — a voce alta, senza riguardi, come si fa solo con chi si ama — a litigare, ad arrabbiarci, a preparare i congressi del PSI. E poi a ritrovarci a tavola, sempre al ristorante «Il Guercio». Di solito pasta all’olio. Io lo prendevo in giro dicendogli che era di «braccina corta»: ma lui mangiava così, e alla fine aveva ragione lui, come quasi sempre.
Ricordo tutto di quelle tavolate: i fogli sul tavolo, le penne, le parole dette e quelle non dette, il cameriere che aspettava e noi che continuavamo a discutere del congresso, del partito, dell’Italia. Erano le nostre cene di lavoro e di amicizia insieme, e non si capiva più dove finiva l’una e dove cominciava l’altra. Forse perché non c’era nessuna differenza.
Tangentopoli, i silenzi, il rammarico
Poi il suo rammarico nei miei confronti, per avermi lasciata sola nel PSI dopo Tangentopoli — un rimprovero che mi porto dietro e che non gli ho mai contestato, perché nelle sue parole non c’era accusa: c’era il dispiacere di chi sapeva quanto sarebbe stato difficile restare. Ci ritrovammo poi, per un breve periodo, in Forza Italia. Io ho seguito la mia anima socialista, craxiana, finché c’è stato Boselli; lui ha fatto un altro pezzo di strada. Ma tra noi non si è mai aperta una crepa: le strade diverse non ci hanno mai resi estranei.
Ho imparato da lui che le rotture vere non sono politiche. Si litiga, ci si divide, ci si accusa perfino — e poi si resta amici, perché l’amicizia non è un’appartenenza: è un luogo. E quel luogo, per me, si chiamava Massimo.
Ora il presente, e un vuoto in più
Poi c’è il presente: purtroppo pieno di dolori, e un’Italia che sta vivendo l’Inferno, come diceva Bettino. Un’Italia che sembra aver dimenticato la grammatica di chi l’ha costruita, e che si accontenta di una politica senza statura, senza memoria e senza progetto.
E ora non posso più chiamarlo. Non posso più discutere con lui di questo: del Paese, delle nuove regole, di ciò che si è perso e di ciò che si potrebbe ancora salvare. Non posso più sentire la sua voce pacata che mi diceva, con garbo, che sbagliavo. Oggi ho un vuoto in più: oltre a Vincenzo Placido, a Verano Garbini — nomi che porto dentro come ferite che non si chiudono — adesso c’è anche Massimo Baldini.
E il tempo, che prima si riempiva delle nostre chiacchierate, adesso si è fatto improvvisamente vuoto. Non è il tempo che manca: è ciò che ci mettevamo dentro.
Sarete tutti insieme, a discutere
Mi piace pensare che siate tutti insieme, lassù, a discutere come facevate qui: a voce alta, senza riguardi, con il bicchiere in mano e il congresso da preparare. Speriamo che da lassù mi diate delle dritte per migliorare questa realtà: io ascolterò. Anche se, conoscendovi, vi arrabbierete un po’ prima di mettervi d’accordo.
Grazie, Massimo. Per gli anni, per le parole, per le tavolate del «Guercio», per la pasta all’olio e per le braccia corte. Per essere rimasto mio amico senza chiedermi mai il conto.
Con affetto, e con tutto il vuoto che un amico lascia
La tua amica


