Una separazione estremamente dolorosa e lunga nel 1996. Due libri usciti nel 1992 e nel 1994 per una casa editore, Abramo Editore di Catanzaro, che lasciava il tempo che trova. Per il resto una profonda sensazione di inquietudine e di vuoto. Sensi di colpa, un figlio sofferente, un passato ingombrante, un presente nauseante: c'era di tutto per mandare ogni cosa a puttane e tirarsi giù da un ponte. Era il fallimento di una mini esistenza essendo ancora giovani. Tutte le mattine scendevamo dopo la riunione di redazione e, insieme a qualche collaboratore, parlavamo e ci confidavamo. Stavamo male, malissimo, un vuoto dentro da paura. Eravamo in redazione, ci passarono una chiamata. Era un certo Sandro Gerbi, scrittore e storico, il quale ci chiese se poteva consegnare a Oreste del Buono di Baldini&Castoldi, il libro di Ruggero Zangrandi. Avremmo voluto baciarlo, dicemmo di si. A Lucca non resistevamo più, ne avevamo i coglioni pieni di notizie idiote e superficiali, avremmo voluto andare al Corriere, ma non c'era trippa per gatti. Ci aveva chiamato un pomeriggio Paolino Ermini che era sceso a Firenze da Milano per provare a metter su una redazione per il Corriere Fiorentino. Scendemmo nello studio fotografico di un grosso fotoreporter e in un paio d'ore lo sconvolgemmo. Ermini non era abituato a vedere i giornalisti milanesi lavorare al ritmo di quelli di una provincia toscana. Ci chiese cosa avremmo voluto per entrare al Corriere e rispondemmo che ci interessava essere assunti come giornalisti del mitico giornale milanese, non assunti da una azienda locale fiorentina. Tutto, però, saltò quando Romiti decise di fermare l'iniziativa.
Dicevamo di Oreste del Buono. Ci fissò un appuntamento a Milano presso la sede della casa editrice di Susanna Tamaro e Giorgio Faletti e quando ci trovammo al suo cospetto, ci rendemmo conto della sua grande cultura. Del Buono ci fece i complimenti per Zangrandi, che aveva conosciuto, e disse che il libro gli era davvero piaciuto e che lo avrebbe nuovamente stampato. Fummo entusiasti, finalmente qualcosa si stava muovendo. Tornammo a casa felici o, comunque, fiduciosi. Lucca non ci bastava, ma adesso qualcosa poteva allargare i nostri orizzonti.
Nel 1998 uscì il libro dal titolo Ruggero Zangrandi - Fuori dal coro. Era, in sostanza la riedizione del primo libro, ma chissenefrega, aveva una diffusione molto maggiore. Avevamo ripreso a camminare. Volle vederci anzi lo chiamammo noi per proporgli la biografia di Giangiacomo Feltrinelli. Ci avevamo provato direttamente con Feltrinelli grazia a Tranfaglia, anni prima, ma era stato un fiasco. Dalai era un grande, non aveva paura e sapeva dove andare a parare. Accettammo e firmammo il contratto: 25 milioni, niente male ma il lavoro era enorme.
A Lucca alla Nazione Paolo Magli era divenuto un incubo. La sera con Tronchetti ci confrontavamo a sua insaputa per tamponare la paura dei buchi di nera. Una volta ci svegliammo con una emorragia al naso per lo stress. Il lavoro di giornalista è un mestiere di merda. Dicono sia il più bello del mondo, basta mettersi d'accordo su quale mondo si intenda. Remo Santini era entrato nelle grazie di Magli che per lui aveva sempre stravisto. Anche Paolo Pacini era divenuto professionista e la concorrenza si era un po' calmata. Ottima penna. Fabio Lenzi era il solo part-time e tale è rimasto. Faceva le pagine della Garfagnana. Tra i collaboratori Mario Rocchi era il top, un anarchico comunista che aveva sulle palle la Chiesa e i preti oltre ai fascisti. Scriveva di arte e di cinema e di entrambi era un intenditore sopraffino, amico storico di Antonio Possenti il pittore più famoso di Lucca. Emanuela Benvenuti, suora laica, era simpatica e dolcissima. Non passava giorno senza che venisse a trovarci. Alla fine la nostra redazione era un porto di mare al quale attraccavano barche di tutti i tipi. C'è stato un periodo in cui proliferavano le ragazze che aspiravano a diventare collaboratrici, peccato non esserci più e non avere più quella età. Noi ci eravamo nuovamente innamorati e avevamo superato, salvo gli strascichi, quello che era stato un divorzio micidiale e pieno di conseguenze amarissime. Oriano de Ranieri era, al solito, stupendo nelle sue reazioni estemporanee. Mandoli manteneva una calma democristiana e sopportava le continue punture di insetto del caposervizio per via della troppa vicinanza, a suo avviso, a Giuseppe Bicocchi, il contraltare di Piero Angelini. Si aggiungeva al duo anche la Maria Eletta Martini, personaggio mitico e storico della Dc lucchese. Eravamo alle soglie del ventunesimo secolo. Chi avrebbe detto che ci saremmo arrivati? Avevamo poco meno di quarant'anni, ci eravamo conquistati prestigio e coerenza, ma non avevamo niente di cui poterci vantare.
(10 - Continua)



