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Martedì 31 Marzo 2026
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Scritto da Redazione
Cronaca
31 Marzo 2026

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Non è più solo una questione di minuti trascorsi davanti a un tablet. Il rapporto tra bambini e schermi, nel 2026, ha assunto la forma di un ecosistema che entra sempre prima nella vita quotidiana e ne ridefinisce tempi, abitudini e relazioni. I numeri aiutano a capire la portata del cambiamento: in Italia il 13,9% dei bambini è già esposto a schermi tra i 2 e i 3 mesi; tra 2 e 15 mesi la quota sale al 39,2% e a 13-15 mesi arriva al 61,9%. Più avanti l’esposizione non si interrompe, si consolida: il 32,6% dei bambini tra 6 e 10 anni usa lo smartphone tutti i giorni, il 62,3% degli 11-13enni ha già almeno un account social e, nella fascia 8-16 anni, il 94% usa uno smartphone. Non si tratta più, quindi, di un singolo dispositivo acceso in un momento della giornata, ma di una presenza continua che entra nelle routine, nei tempi morti e perfino nelle relazioni familiari.

L’infanzia, in questo scenario, non è diventata soltanto più digitale: è diventata più piena, più occupata, più difficilmente attraversata da vuoti, attese e margini di autonomia. Tra il 2018-2019 e il 2025, il 28% dei minori ha ricevuto uno smartphone prima dei 10 anni e un altro 25% dopo gli 11. Intanto cresce anche la percezione di eccesso: la segnala 1 minore su 5, quota che sale al 28% tra i 14-15enni. Tra gli 8 e i 16 anni, il tempo online oscilla in genere tra 1 e 3 ore al giorno, ma 1 su 5 supera le 4 ore; 7 su 10 usano regolarmente social e piattaforme streaming. In questo contesto il nodo non è solo “quanto tempo” si trascorre davanti a uno schermo, ma quanti schermi entrano nella stessa giornata e che cosa finiscono per sostituire: sonno, movimento, gioco simbolico, lettura condivisa, conversazione, noia creativa.

È qui che emerge una distinzione decisiva: non tutti gli schermi pesano allo stesso modo. Una meta-analisi su 42 studi e 18.905 bambini mostra che più ore di schermo e persino la TV di sottofondo si associano a competenze linguistiche più deboli, mentre programmi educativi e visione condivisa con un adulto si associano a esiti migliori. Anche i contenuti contano: a parità di tempo totale, quelli educativi si associano a meno problemi di salute mentale, mentre i programmi non pensati per i bambini si associano a più criticità. Il problema, insomma, non è solo lo schermo in sé, ma il tipo di esperienza che costruisce. E i dati dei genitori confermano quanto il digitale sia ormai incorporato nelle routine: 1 famiglia su 5 dichiara di usare dispositivi mobili durante i pasti, nelle attese, negli spostamenti, prima di dormire e nei momenti di stanchezza, mentre l’uso di schermi a tavola si associa a tempi quotidiani di esposizione ancora più alti.

Le conseguenze non si manifestano tutte insieme, ma alcuni segnali compaiono presto. Tra i 6 e i 12 anni, un uso scorretto o eccessivo dei media digitali si associa a sonno meno sano, attenzione più debole, peggior rendimento scolastico, difficoltà di linguaggio e cognizione, meno esercizio e meno tempo con amici e famiglia. Nei preschooler, oltre 1 ora al giorno di schermo si associa più spesso a esiti peggiori sul piano cognitivo, linguistico e socio-emotivo; negli adolescenti, oltre 3 ore al giorno sui social si associano a un rischio circa doppio di problemi di salute mentale, mentre una meta-analisi del 2026 su 153 studi longitudinali collega l’uso dei social a più depressione, più problemi comportamentali, più autolesionismo, più uso di sostanze e risultati scolastici peggiori. Per questo la sfida non può essere affrontata né con l’allarmismo né con la banalizzazione. Serve una lettura più matura del fenomeno, capace di unire educazione, psicologia, competenze sociali e cultura digitale. In questo quadro, la formazione universitaria può diventare uno strumento decisivo per preparare professionisti in grado di leggere i nuovi equilibri dell’infanzia connessa e intervenire nei contesti scolastici, familiari e sociali con strumenti adeguati.

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