Oggi parliamo di libertà e mi piace iniziare con questa citazione emblematica di Socrate. La libertà è il valore portante della nostra vita, è la capacità di agire senza costrizioni, di scegliere autonomamente. È la capacità di autodeterminarsi e muoversi, anche attraverso gli ostacoli mentali del politically correct, del pensiero omologato, e di quella che oggi chiamiamo cancel culture — la messa al bando di idee, di opere, persino di autori del passato, quando non superano l’esame di un presente che pretende di giudicare la storia con i propri metri.
Una persona libera sceglie, altrimenti vive nel purgatorio della non scelta, delle convinzioni limitanti e delle scelte inconsapevoli. Quindi, il primo passo fondamentale verso la libertà consiste nell’emanciparsi dai preconcetti sociali che vincolano il nostro pensiero entro mura che qualcun altro ha eretto.
In Occidente nessun ordinamento ha mai affermato tante libertà come oggi; eppure non siamo mai stati meno liberi, di oggi. Come si spiega questo paradosso?
«L’uomo è nato libero, e dovunque è in catene»
Lo scriveva già Rousseau, aprendo il suo Contratto Sociale. Il filosofo Isaiah Berlin, due secoli dopo, ci avrebbe dato semplicemente il vocabolario per distinguere le catene visibili da quelle che non lo sono: da un lato la libertà negativa, l’assenza di ostacoli esterni, di divieti scritti nero su bianco; dall’altro la libertà positiva, la capacità reale di essere padroni della propria vita, di autogovernarsi dall’interno. Il nostro tempo ha vinto quasi ogni battaglia sulla prima. Sulla seconda, temo, stiamo arretrando.
Esistiamo all’interno di una società che valorizza ed estremizza la condizione materiale della libertà, ma svilisce quella mentale: quanta libertà c’è in un mondo invaso da martellamenti vari che, come un’ubiqua Inception, radicano in noi pensieri, bisogni e preconcetti che non ci appartengono? Ci illudiamo di essere liberi, ma non ci accorgiamo che le nostre scelte sono già preconfezionate da altri così bene da renderle per noi normali e necessarie. Il “preconfezionamento” è il segno del nostro tempo, che pervade ogni ambito della nostra quotidianità: consumiamo cibo preconfezionato, indossiamo fast fashion usa e getta, facciamo nostri concetti pre-digeriti da altri senza passarli per i succhi gastrici del nostro pensiero critico.
Oggi, il più grande gesto eroico per la conquista della vera libertà è imparare a domandarci se ciò che ci viene propinato rispecchi il nostro pensiero e la nostra volontà. Con quale mezzo possiamo dotarci di tanta consapevolezza?
La cultura è il fattore determinante; solo la conoscenza e il sapere consentono agli individui di disporre delle competenze e degli strumenti per fare scelte consapevoli, dettate dal proprio libero arbitrio.
Perché la cultura rende liberi? Perché ci insegna a riflettere, a decodificare la realtà e dunque a dubitare. È un modo per affermare la nostra capacità critica e per costruire la nostra individualità, senza omologazioni. La cultura è alla base della società, definisce l’identità di un popolo e ci definisce come persone. Il declino costante dell’istruzione che mette in discussione il merito crea scientemente un cittadino fragile, facilmente manipolabile, creando così una società che mette da parte valori universali come il rispetto e la dignità, sostituendoli con vari e assortiti simulacri di valori. Scippando alla cultura il suo ruolo di guida, anche morale, e rovinando la scuola livellandola verso il basso, si è anche inferta una grave ferita allo Stato, al sistema democratico e alla libertà individuale.
La libertà rappresenta un principio cardine che, nel corso della storia, è stato esplorato anche da artisti e musicisti, e la storia dell’opera, in particolare, è anche una storia di censure aggirate, di libretti riscritti, di ambientazioni spostate in tempi e luoghi più sicuri pur di continuare a raccontare, sotto mentite spoglie, sempre la stessa cosa: il desiderio umano di non essere sudditi.
Nessun’opera lo dice con più chiarezza di Fidelio, l’unica opera lirica che Beethoven abbia mai scritto. Florestano è imprigionato ingiustamente in una cella sotterranea, vittima di un potere che vuole farlo sparire senza processo; sua moglie Leonora, travestita da uomo con il nome di Fidelio, si intrufola nella prigione per salvarlo. Il momento più celebre dell’opera non è, significativamente, un duetto d’amore: è il coro dei prigionieri politici, fatti uscire per un istante alla luce del sole O welche Lust!. Inizia a voce bassissima, quasi sussurrato, perché anche solo alzare la voce, in quel momento, potrebbe costare loro la vita. Poi cresce gradualmente fino a esplodere in un forte pieno, simbolo di dignità e libertà ritrovate in un’estasi collettiva. Beethoven scrive la libertà come sollievo fisico, prima ancora che come idea: nel suo Fidelio, la libertà ha il suono preciso di chi ricomincia, per la prima volta dopo tanto tempo, a respirare.
E poi pensiamo a Giuseppe Verdi. Compositore che consapevolmente assume un ruolo politico nel senso nobile del termine, la sua produzione si distingue per l’incorporazione di tematiche relative alla libertà e all’oppressione politica. In tal senso, Verdi stesso sosteneva l’importanza di non separare l’arte dalla libertà umana. Attraverso personaggi soffocati dalla dittatura di governanti dispotici o dall’adesione a norme sociali rigide, Verdi racconta come la libertà possa essere raggiunta attraverso la lotta individuale e la ribellione. In opere come Nabucco, ad esempio, con il celebre coro Va, pensiero espresso dagli schiavi ebrei, che assurse a simbolo di libertà e di lotta per l’indipendenza nazionale italiana durante il Risorgimento.
Verdi, del resto, conosceva bene il prezzo concreto di questi temi. Un ballo in maschera, che nel soggetto originale raccontava l’assassinio di un re — Gustavo III di Svezia, realmente ucciso in un attentato nel 1792 — dovette essere riscritta su richiesta della censura borbonica, spaventata all’idea di mettere in scena un regicidio proprio negli anni degli attentati contro Napoleone III. Il sovrano ucciso in scena diventò un governatore coloniale a Boston, e l’azione fu spostata dalla Svezia all’America coloniale: un travestimento burocratico che oggi ci fa sorridere, ma che allora fu l’unico modo per portare comunque quella musica in teatro. Cambiare i nomi, spostare i luoghi, travestire la verità da finzione: anche questo, in fondo, è un modo di lottare per il diritto di dire qualcosa che il potere non vuole sentire.
E ancora, pensiamo a Carmen di Georges Bizet. La protagonista rifiuta di lasciarsi confinare dentro le aspettative di genere e le convenzioni sociali del proprio tempo: sceglie, ama, e infine muore, ma sempre e soltanto alle proprie condizioni, mai a quelle che la società vorrebbe imporle. Bizet ne fa un simbolo di libertà personale così radicale, e così scomodo per il pubblico borghese del 1875 — abituato a eroine ben più remissive, non certo a una sigaraia che dichiara apertamente il proprio diritto ad amare e a smettere di amare quando vuole — che la prima rappresentazione fu accolta con un vero e proprio scandalo. Bizet morì tre mesi dopo, convinto di aver scritto un fallimento: non fece in tempo a vedere Carmen diventare, nel giro di pochi anni, una delle opere più amate ed eseguite al mondo.
E ancora, l’opera Andrea Chénier di Umberto Giordano. Ambientata durante la Rivoluzione francese, l’opera si ispira alla vita vera del poeta André Chénier, ghigliottinato nel 1794 a soli trentun anni, due giorni prima della caduta di Robespierre che avrebbe potuto salvarlo. Chénier utilizza la sua arte per esprimere gli ideali di libertà e uguaglianza, nonostante la persecuzione e il pericolo: la sua poesia diventa uno strumento potente per ispirare gli altri a unirsi alla causa della libertà. E l’opera contiene anche il suo rovescio più amaro, nella voce di Gérard, il rivoluzionario che nel monologo Nemico della patria? si accorge, troppo tardi, di essere diventato lui stesso lo strumento di quel terrore che credeva di combattere: la libertà, sembra dirci Giordano, può divorare anche chi l’ha invocata per primo.
E se vogliamo restare nel Novecento, più vicino a noi, pensiamo a Dmitrij Šostakovič. Nel 1936 la Pravda lo attacca pubblicamente per la sua opera Lady Macbeth del distretto di Mcensk, con un titolo che è già una condanna: “Caos anziché musica”. Da quel momento Šostakovič vive nel terrore reale di essere arrestato nel cuore della notte, come tanti altri prima di lui. La sua Quinta Sinfonia, scritta l’anno dopo, viene presentata ufficialmente come «la risposta di un artista sovietico a una giusta critica»: un titolo di resa, di sottomissione al regime. Eppure quel finale apparentemente trionfale, con i suoi accordi martellati e ripetuti fino allo sfinimento, rappresentano l’esatto contrario: la parodia di quello stesso regime che sotto l’ostentazione di festose parate militari nasconde il terrore delle purghe.
L’opera di Giordano, come quella di Beethoven, di Verdi, di Bizet e di Šostakovič, mette in evidenza il potere dell’arte per promuovere la libertà culturale e l’importanza della libera espressione come strumento per sfidare l’autorità e promuovere il cambiamento sociale. In questo senso, si può considerare tutto questo un tributo all’illuminismo francese e alla sua idea di libertà come diritto inalienabile dell’individuo. Queste opere d’arte, e molte altre ancora, dimostrano come la cultura possa promuovere e ispirare la libertà, in linea con il concetto greco di “bello, buono e giusto” (che abbiamo richiamato qualche settimana fa). L’arte, infatti, può rappresentare il “bello” e, allo stesso tempo, promuovere valori etici e morali “buoni” e “giusti”, sottolineando come la libertà sia un valore da tutelare e promuovere.
Concludo con l’affermazione e l’assoluta certezza che la cultura ci renda liberi, che allarghi i confini del mondo in cui viviamo, facendocelo vedere sotto una miriade di prospettive diverse. Promuovere e ampliare la conoscenza della nostra storia, arte e tradizioni, senza condizionamenti, significa elevare la cultura a un vero e proprio diritto civile e sociale, parte integrante ed essenziale di un moderno welfare, nel quale la cultura assuma un ruolo di assoluta centralità.
La cultura e la conoscenza sono il fondamento di ogni libertà, si tratta di un diritto che urge alla dignità dell’uomo; non ci possono essere né libertà personale, di espressione, di opinione né vera democrazia senza cultura e conoscenza.



