Valerio Morucci, Jaroslav Novak, Franco Piperno, Toni Negri, Stefano Lepri, Giorgio Accascina, Francesco Pancho Pardi, Paolo Lapponi, Andrea Leoni, Lanfranco Pace. E tanti altri ancora. Diventammo esperti, i più grandi, di Potere Operaio. Ne sviscerammo vicende, segreti, anima. Da lì il passo alle Brigate Rosse era breve e lo comprendemmo presto. Potere Operaio era stato il gruppo della sinistra extraparlamentare più deciso ad intraprendere la strada della lotta armata, ancora più delle Brigate Rosse, soprattutto, per la quantità. Il libro, grazie anche alla supervisione di un giornalista de La Stampa quale Stefano Lepri, fu un successo e le seimila copie stampate andarono tutte vendute. Peccato che Einaudi non volle ristamparlo, ma del resto era già tanto che avesse pubblicato il libro nonostante fosse stato annunciato nelle locandine di maggio 2003. L'uscita, però, ritardava sempre e alla fine telefonammo ad una nostra amica fidata dentro Einaudi che ci confermò l'intervento di qualcuno che voleva boicottarlo con la scusa del rischio di querele. Ci disse, però, di scrivere una lettera a Gian Arturo Ferrari, il potente nuovo numero 1 di Einaudi e di Mondadori. Quest'ultima, infatti, aveva rilevato la casa editrice torinese, notoriamente di sinistra, che aveva i conti a pezzi e che aveva digerito malissimo di essere salvata proprio grazie a Silvio Berlusconi. Buttammo giù la lettera di getto e la spedimmo alla nostra amica. Lei l'avrebbe girata a Ferrari. Non sapemmo più nulla, ma poco tempo dopo il libro vide regolarmente la luce e senza una modifica nel testo. Nonostante a Firenze ci cacassero meno di zero, su tutte le testate nazionali il libro fu recensito in maniera lusinghiera. Da Paolo Mieli in primis che di Potere Operaio era stato quasi un militante. Arrivò una chiamata dal solito Carrassi che aveva a sua volta ricevuto uno squillo da Roma presso l'agenzia del gruppo che chiedeva se Aldo Grandi fosse un giornalista 'nostro'. Avutane risposta positiva, si meravigliarono che nessuno avesse segnalato l'uscita del libro. Noi lo facevamo apposta, perché sapevamo che ce lo avrebbero recensito come se fosse un favore quando avevamo le principali testate disposte a farlo.
Abbiamo sempre disprezzato non tanto il giornale, quanto le persone che lo dirigevano salvo rarissime eccezioni: Stefano Cecchi e Marcello Mancini erano tra queste. L'anno 2005 Rizzoli Bur che aveva preso Fazio come direttore editoriale, pubblicò Insurrezione armata, la raccolta delle testimonianze integrali dei militanti di Potop. I due libri su Potop fecero riaprire anche l'inchiesta sulla strage di Primavalle. Pace si era lasciato sfuggire la storia al completo della fuga dei tre militanti responsabili all'estero. E il magistrato Ionta aveva voluto vederci chiaro. In realtà noi buttavamo nei libri quello che non avevamo potuto mettere nella professione giornalistica. A Lucca ci occupavamo di stronzate inumane e nei libri affrontavamo i dilemmi irrisolti della storia d'Italia. Schizofrenia pura che si sarebbe riversata anche nel privato. Lucca ci aveva devastato professionalmente, ma ormai era troppo tardi per tornare indietro o anche solo correre in avanti. Nel 2004 Rizzoli Bur pubblicò un libro, Gli eroi di Mussolini - Niccolò Giani e la scuola di mistica fascista. Niccolò Giani era morto in Albania ed era stato uno dei personaggi più adorati dalla gioventù in camicia nera insieme a Guido Pallotta e Berto Ricci. Ma non si erano mai trovate notizie né del primo né del secondo e nessuno le aveva mai cercate. Eravamo in redazione. Remo Santini era solito dire che noi, spesso, ci facevamo i cazzi nostri. Era vero, assolutamente. Telefonavamo a destra e a manca per trovare indizi, spunti, novità, scoop. Ci venne in mente di controllare, ma ci avevamo già provato tempo addietro inutilmente, se esisteva un nominativo Niccolò Giani da qualche parte. Telefonammo alla Tim e una dipendente ci confermò l'esistenza di un Niccolò Giani a Milano. Impossibile che fosse il de cuius sul fronte albanese, quindi ipotizzammo che potesse essere il figlio di uno dei tre figli di Giani a cui era stato dato il nome del nonno come si faceva una volta. Facemmo Bingo. Ci rispose il nipote di Giani che ci disse come fossero ancora in vita due dei tre figli. Li chiamammo e fu una scoperta da brividi. Andammo a Milano dopo esserci conquistati la fiducia e consapevoli che se avessimo visto giusto, avremmo pubblicato un altro libro. Viaggiavamo a una media di un libro ogni due anni, roba da impazzire. Ci avrebbe aperto le porte del paradiso letterario o della fama? Neanche per sogno, purtroppo stare a Lucca era un suicidio costante. In qualsiasi altra testata e città saremmo diventati inviati speciali, a Lucca ci mancava solo che pulissimo i cessi. A casa dei Giani c'era una archivio straordinario compreso il contenuto delle resta di Giani al fronte. Ci facemmo spedire tutto a casa e iniziammo a leggere pagina dopo pagina i fogli ricevuti. Ci sembrò di tornare indietro nel tempo, una sensazione meravigliosa. Per noi che amavamo la storia, era come studiare dal vivo il fascismo e le sue propaggini. Quando scrivemmo il libro, capimmo che era un piccolo capolavoro che trovò i suoi lettori interessati. Era scritto con passione, ma senza faziosità. Avevamo centrato un altro successo e vaffanculo la cronaca locale che, a dire il vero, ci pagava lautamente lo stipendio.
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