E' il 22 agosto del 2010. Da otto mesi il giornalista professionista Aldo Grandi si è dimesso e ha abbandonato la Poligrafici Editoriale dietro un compenso monstre, 260 mila euro. Non potendo più lavorare, ha, però, iniziato a scrivere un pezzo ogni due giorni per Il Corriere di Lucca, il quotidiano diretto da Enrico Pace e al quale collaborano vecchi amici come Simone Dinelli e Francesco Quilici oltre a Roberto Salotti e Gabriele Mori. Il compenso è tanta roba, 1500 euro al mese che si vanno ad aggiungere a quelli ricevuti dal vecchio giornale. Le giornate scorrono facili facili, anche se qualcosa, nell'aria, non va. C'è una atmosfera cupa, una situazione tutt'altro che limpida che coinvolge Alessio Grandi, arbitro di calcio con un futuro davanti, ex studente universitario, ex iscritto all'istituto Francesco Carrara, fotografo per la Gazzetta Lucchese alle partite dei rossoneri. La scelta di abbandonare la Nazione e uno stipendio di oltre 3 mila 400 euro al mese è stata da molti giudicata una follia. Arrivano le voci di colleghi che non esitano a darci del matto. Non ci importa, quando scegliamo raramente ci guardiamo indietro. I soldi sono importanti, questo si, ma è ancora più importante svegliarsi la mattina e sentirsi a posto e senza ansia. Alessio sta arbitrando molto bene, a settembre ci sarà il raduno per gli arbitri di Eccellenza e Promozione in quel di Chianciano Terme. Eppure c'è qualcosa che non quadra. Almeno per noi.
La nostra compagna di allora, insieme ai suoi due figli, si imbarca con noi per raggiungere il nostro buen retiro, ossia la Corsica. A Marina di Pinarello abbiamo una casa che ha visto scorrere la nostra vita. Il 10 agosto arriva una telefonata da Alessio che ci chiede se vogliamo allenarci con lui. Lo vorremmo tanto, al punto che saremmo anche pronti a pagare un aereo privato pur di essere a Lucca, ma siamo in Corsica e la richiesta cade nel vuoto. Rientreremo come previsto intorno al 17 agosto. Pochi giorni dopo c'è la partita della Lucchese, è iniziato il campionato. L'allenatore è Giancarlo Favarin e con lui Davide Quironi. Il presidente è uno dei fratelli Giuliani, persone squisite e per le quali avrò sempre un grande affetto. E c'era Giovanni Valentini, anche lui una persona corretta. Nostro figlio accettò di fare le foto, fu l'ultima volta e Mimmo Tosi di Foto Alcide lo immortalò in uno scatto bellissimo e intenso.
Arrivammo al 22 agosto. Eravamo andati a dormire in casa della nostra dolce metà dell'epoca in via del Toro, nel cuore del centro storico. Come in un brutto, bruttissimo film, verso le 3 squillò il cellulare. Ci svegliammo di soprassalto, avemmo come un presentimento. Rispose la nostra ex moglie e madre di Alessio Grandi. Non riusciva a parlare, le chiedemmo di passarci il vigile urbano che era con lei e a lui dicemmo di dirci le cose senza tante seghe. Le sue parole ci uccisero in un istante. Nostro figlio era morto nella sua auto che aveva preso fuoco dopo essere andata a finire contro un muro a S. Lorenzo a Vaccoli. Ci guardammo con la nostra compagna, scoppiammo a piangere e ci abbracciammo. Il dolore, un dolore bastardo e crescente si impossessò di tutto il nostro essere e prendemmo subito coscienza che da quel momento in poi la nostra vita non sarebbe stata più la stessa. Ci vestimmo e in macchina corremmo a S. Maria del Giudice dove abitava la nostra ex moglie. Ci fermammo prima per vedere l'auto bruciata e quel poco o meglio quel niente che era rimasto di Alessio Grandi nell'auto carbonizzata. Fu una notte devastante, dirompente, distruttiva, dilaniante. La pelle ci bruciava per quanto stava per staccarsi dal corpo. Sicuramente nel nostro cervello scattò qualcosa perché ci ritrovammo da subito in modalità emergenza-sopravvivenza.
Il primo che chiamammo fu Luca Tronchetti, il collega del Tirreno, colui con cui da sempre combattevamo le nostre giornate di cronaca nera. Il giorno dopo fu tremendo e quello a venire anche peggio. In chiesa piangemmo tutte le lacrime amare che avevamo dentro noi che di lacrime ne avevamo sempre avute poche. Chiamammo anche Remo Santini, il nostro ex caposervizio. Lo avevamo chiamato dopo la vittoria con la Germania, a Dortmund, dove ci trovavamo ma erano altri tempi e altro spirito. Ora era una tragedia indescrivibile. La morte di un figlio è il dolore più grande che essere umano possa trovarsi a vivere. Perché è innaturale, perché è come se ti portassero via una parte di te, quella migliore e quella che ti proietta verso il futuro, perché è profondamente ingiusto e non si riesce ad accettarlo. Dopo nemmeno tre giorni eravamo di nuovo a scrivere per il giornale. Volevamo guardare avanti ad ogni costo. La nostra compagna ci accompagnò da Stefano Michelini, nostro amico e psichiatra il quale ci disse che ce l'avremmo fatta visto il nostro carattere. Aveva ragione. Ma a quale prezzo... Ci salvò un'idea, un progetto che avrebbe visto la luce pochi mesi dopo, nel 2011, la nascita de La Gazzetta di Lucca, un giornale che avrebbe rappresentato una straordinaria ventata di aria fresca nel mezzo di una stantia stampa cartacea lucchese. Noi eravamo morti dentro, pensammo di fare il possibile per non morire anche fuori.
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