Il dio dei venti me lo figuro come gli antichi: il viso rotondo e rubizzo, le gote gonfie, e la bocca aperta a soffiare l’aria con impeto e determinazione. Non so che cosa ne pensino gli alberi. Quelli del mio giardino, che sono caduti con gli ultimi temporali (vento, tuoni e fulmini), senza dubbio non ne hanno pensato bene. Soffrivano in vita, poiché il legnaiolo che è venuto a tagliarli ha trovato delle macchie gialle e marroni all’interno, che ne inquinavano la salute. Per loro, Eolo, il padrone del vento degli antichi, non ha avuto alcuna pietà, ha fatto il giustiziere, non gli ha concesso di proseguire fino alla loro morte naturale. Come nei campi di concentramento i nazisti facevano agli uomini deboli e rachitici. Sono stati alberi che mi hanno dato ombra e smosso dolci pensieri con la frescura delle loro foglie, che paiono sempre indaffarate, agitarsi e mormorare. Ma l’albero non può odiare il vento. Esso lo medica, lo cura ad ogni soffio, e quando vi mette potenza, ecco che i rami secchi si schiantano a terra, liberandolo da un flagello. Come quando all’uomo si toglie un dente cariato. Immediato è il sollievo e la forza di tornare a vivere con baldanza. La vita degli alberi è lunga, per molti è secolare. Tanti personaggi che abbiamo studiato a scuola sono passati sotto le loro fronde. Gli uomini sono morti ma l’albero è ancora lì e sicuramente li ricorda. È in salute, grazie al vento; la memoria resta fresca e portentosa, e lui sfida con spavalderia gli anni.
Nel mio giardino avevo 2 alberi maestosi, un olmo e un platano. Li avevo piantati io, da una trentina d’anni. Erano rigogliosi, me ne vantavo, col platano poi ci parlavo, lo elogiavo, poiché era il più alto e il più imponente. Entrambi li ha spezzati il vento. Prima l’olmo, falcidiato come da una mitragliatrice; poi, qualche anno dopo, il soffio di Eolo, ruggente e potente come un colpo di cannone, ha diviso il platano in due, lacerando uno dei suoi magnifici rami.
Non c’è differenza nell’amore che si può portare (e tutti dovrebbero portare) per un animale o una pianta. Io ho imparato a parlarci, con le mie piante, e col gatto Sultano e con l’oca Rachele. Non sanno rispondermi con il mio stesso linguaggio, ma hanno il loro e a poco a poco lo s’impara e si diventa compagni della vita, amici.
E ci si rende conto che, a nostra insaputa e senza averlo scelto, siamo stati messi a vivere un miracolo.
L’albero e il vento
Scritto da Bartolomeo Di Monaco
Cronaca
29 Settembre 2026
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