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Martedì 21 Aprile 2026
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Scritto da aldo grandi
Cronaca
20 Aprile 2026

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Scrissi una prima lettera a Fidia Gambetti, l'autore de Gli anni che scottano, nella primavera del 1984. Gli domandavo se potevamo incontrarci. L'indirizzo lo avevo trovato sull'elenco telefonico e, all'epoca, Roma aveva due grossi volumi pieni zeppi di numeri e strade. Gambetti ex giornalista a l'Unità, Vie Nuove, Paese Sera, abitava in via di Villa Pamphili, a Monteverde Vecchio, una zona molto bella. Una settimana più tardi, mi giunse la risposta, scritta con una calligrafia minuscola, ma perfetta, leggibile e sintetica. Era il tempo delle missive, dei cosiddetti penfriends, di coloro che, se volevano dirsi qualcosa, prendevano carta e penna. Altri tempi, altri sforzi. Ecco il testo della lettera di Gambetti scritta a metà maggio 1984:

Mio giovane e caro amico,

ti darò subito del tu; e, naturalmente, ti prego di ricambiarlo senza complimenti. Inutile dirti che la tua lunga lettera mi ha fatto molto piacere. Non capita sovente, purtroppo, di imbattersi nei giovani della tua generazione così intelligenti, sensibili, appassionati, curiosi. I tuoi interrogativi sono molti, tutti acuti, pertinenti, legittimi. Ciascuno di essi merita non un discorso, ma direi un intero capitolo di un libro da scrivere. 

Prima però, mi permetto di darti un consiglio. Gli anni che scottano (cominciato a scrivere in un lager sovietico nei primi giorni del 1944), è soltanto il primo volume di una trilogia, nelle pagine della quale sono già contenute, più o meno apertamente, comunque con spietata e sofferta sincerità, molte delle risposte che ti aspetti. Gli altri due libri sono: Né vivi né morti (1972) e La grande illusione (1976)entrambi editi da Mursia e tuttora disponibili in catalogo e in libreria. Cerca di leggerli. E poi scrivimi o, meglio, telefonami cosicché, se ti restano ancora molte domande aperte (o anche poche), potremo incontrarci, magari a casa mia e potrò dirti tutto quello che ancora non ho avuto il tempo di scrivere e il modo di pubblicare.

Sarei comunque lieto di conoscerti, con la certezza di potermi considerare fortunato. D'accordo?

Potete immaginare la gioia quando, aprendo la busta, trovai la lettera con queste parole. All'esame di Storia Contemporanea, grazie al professor Antonio Parisella che ce la commissionò, buttammo giù una tesina nella quale affrontavamo proprio la tematica dei giovani cresciuti durante il fascismo. Ne avevamo consegnata una a Gambetti che la apprezzò. Fidia Gambetti diventò un maestro di giornalismo, una miniera di episodi e di conoscenze del Ventennio, una persona per certi aspetti dura, ma, in realtà assolutanmente disponibile e generosa con il suo tempo. Una volta lo andò a trovare Giampiero Mughini che stava preparando il libro, bellissimo invero, A via della Mercede c'era un  razzista sulla figura di Telesio Interlandi. Ebbene Gambetti gli parò di questo giovane studente universitario curioso e innamorato della storia. Ogni settimana andavamo a trovare Gambetti il quale ci riceveva nel suo salotto e, dopo aver salutato la moglie, trascorreva con noi alcune ore raccontandoci tutto, di più. Cominciammo, così, a farci una cultura orale che ci servì, in seguito, anche per quella scritta. Era come se, ogni volta, il nostro vaso vuoto di contenuti e di spessore culturale e storico, si riempisse lentamente di qualcosa di straordinariamente ricco in termini di umanità, contenuti, aneddoti.

Nel frattempo avevamo voluto provare a contattare anche Marina Addis Saba, l'autrice del libro, che tanto ci aveva colpito, sulla stampa dei giovani nella guerra fascista. Le scrivemmo una lettera a Sassari, dove abitava. La sua risposta ci giunse pochi giorni dopo ed era, semplicemente, inattesa. A parte la disponibilità e la descrizione di averla scritta seduta in una delle piazze più belle del mondo, al Pantheon, la Saba ci dava la sua disponibilità ad incontrarci senza tante storie. Lei era docente di storia contemporanea all'Università di Sassari e quando la incontrammo per la prima volta restammo sbalorditi dalla cultura, dalla capacità di trasmetterla, dall'amore per le giovani generazioni al punto che ci fece conoscere il suo compagno. Eligio Vitale, anche lui docente universitario, che aveva una casa meravigliosa in via Sesto Celere, un tiro di schioppo da Villa Pamphili, una terrazza che girava tutto intorno alla casa, posta al secondo e ultimo piano, delle stanze arredate con gusto e con scaffali pieni di libri che arrivavano fino al soffitto. C'era anche un quadro di Carlo Levi, si, l'autore de Le parole sono pietre. Da allora e per anni restammo amici e anche in questo caso finii per abbeverarmi alle fonti della cultura che conta, certo, una cultura di sinistra, ma di una sinistra che aveva sconfitto la grossolanità del fascismo, che aveva letto e scritto molto più di quanto avesse parlato. Marina Addis Saba aveva, all'epoca, 55 anni, era una donna energica, piena di vita, curiosa e c on molteplici interessi da soddisfare. Amava Roma pur vivendo a Sassari e, infatti, in quel periodo acquisto un appartamento a Portico d'Ottavia, all'ultimo piano e senza ascensore per carità, ma quando aprivi le finestre restavi sbalordito da tanta bellezza.

Fu attraverso Marina Addis Saba che ci imbattemmo in una vera e propria colonna del pensiero marxista in Italia, Enzo Santarelli, professore all'Università di Urbino, storico, autore di una Storia del fascismo pubblicata dagli Editori Riuniti in due volumi che era una specie di opera basilare e dalla quale non si poteva prescindere se si voleva affrontare lo studio del Ventennio. Santarelli abitava con la compagna in un appartamento molto grande e dai soffitti molto alti, poco distante da piazzale delle Muse nel quartiere Parioli uno dei più prestigiosi. Era di origini marchigiane, ci prese subito a benvolere e anche con lui iniziammo un percorso che ci avrebbe portato non solo a collaborare con una rivista d'area, ma anche a pubblicare il primo libro per la cui introduzione ci rivolgemmo proprio a lui.

Avevamo cominciato la nostra avventura, eravamo entusiasti, ci si aprivano davanti palcoscenici di autentica virtù. Avevamo fatto la scelta giusta, la nostra passione per la scrittura e la lettura si andava formando. Avevamo una spider Fiat 850 di colore rosso con interni in pelle nera. L'avevamo acquistata dal padre di un nostro amico che si allenava con noi al campo di atletica leggera delle Terme di Caracalla. Ce la gustammo a più non posso, fino a quando non la rivendemmo ad un certo Enrico Papi per 950 mila lire, già, proprio quel Papi che sarebbe divenuto un popolarissimo showman. Con i soldi andammo alla libreria Riccardi e comprammo libri a più non posso.

Inutile aggiungere che, adesso, avevamo compreso che il gioco funzionava e che avremmo potuto incontrare tantissimi personaggi famosi che erano stati giovani fascisti durante il regime. Saccheggiammo l'indice del libro di Zangrandi e cercammo nell'elenco telefonico. Trovammo alcune decine di persone e cominciammo a telefonare dicendo che eravamo un gruppo di studenti dell'Università La Sapienza incaricati dal professor Renzo De Felice di effettuare una ricerca. Mandammo anche un questionario e una lettera di presentazione. Ovviamente era tutto falso o quasi, di vero c'era solamente la volontà di conoscere e intervistare questi gli ex fascisti. Ben presto e a mano a mano che ci arrivavano le risposte al questionario, comprendemmo che erano troppo brevi e sintetiche mentre noi volevamo umanità e aneddoti. Così chiedemmo degli appuntamenti nella speranza che ci venissero concessi.

Eravamo alla metà degli anni Ottanta, avevamo ancora diversi esami da sostenere prima della laurea. Il professor Parisella, appreso della nostra ricerca, ci propose di dare la tesi con lui. Eravamo indecisi, seppur tentati. Senonché all'esame di Storia delle dottrine politiche del professor Mario D'Addio, preside di facoltà, al quale ci presentammo in tuta da ginnastica e maglione stile neve - ci allenavamo tutti i giorni - questi ci vide arrivare con una decina di libri in mano. Era la nostra tattica. Leggevamo sempre due o tre libri inerenti l'esame, riguardanti i personaggi o l'ambiente. Poi, una volta seduti di fronte al professore di turno che ci avrebbe dovuto interrogare, dicevamo che avevamo portato anche altri libri e li indicavamo. Ingenere venivamo interrogati proprio su questi poiché i professori restavano sorpresi da tanta voglia di studiare. Così D'Addio, dopo averci interrogato, ci guardò serio e ci disse: 'In politica l'abito fa il monaco'. L'esame, infatti, era Storia delle dottrine politiche e noi eravamo in tuta acetata da ginnastica. Poi, sempre osservandoci con attenzione e con un sorriso, ci disse se eravamo interessati a dare la tesi di laurea con lui. Ringraziammo e dicemmo di si o così ci pare di ricordare. Il professor Parisella purtroppo, era rimasto out e del resto quando il preside di facoltà ti chiede una cosa del genere, come fai a dire di no? Eravamo molto più preparati in storia contemporanea e l'ipotesi di Parisella era ottima e più facile, ma scegliemmo ugualmente D'Addio. Lo andammo a trovare alcuni mesi più tardi e l'argomento della tesi ci raggelò il sangue: Classi e conflitti sociali nella storiografia di Francois Guizot. E chi era?

(2 - continua)

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