Erano i primi anni Ottanta. Vivevamo a Roma in viale delle Milizie, nel palazzo che, al piano terra, aveva la filiale della Banca Nazionale dell'Agricoltura, sì, quella dell'attentato del 12 dicembre 1969 a Piazza Fontana a Milano. Ci eravamo da poco iscritti alla facoltà di Scienze Politiche dell'Università La Sapienza. Venivamo da un decennio di crisi economica e di aspri conflitti sociali che erano sfociati nei cosiddetti anni di piombo. Si avvertiva una grande voglia di riprendere a vivere mettendosi alle spalle tragedie e pessimismo cronico. La classe politica era sempre la stessa, medesime facce da schiaffi, corrotti fino al midollo, con la maggior parte della gioventù impossibilitata a progredire per meriti anziché per conoscenze. Avevamo un amico, Sergio Lombardi, di un anno più grande di noi, che abitava nella stessa strada all'interno di uno di quei palazzi con un ampio androne, un portiere, costruiti negli anni Venti in quello che divenne il quartiere Prati. Spesso trascorrevamo le serate a casa sua e in una di queste gli occhi caddero su alcuni, pochi invero, libri che si trovavano sullo scaffale di un mobile del salotto. Due libri, in particolare, attirarono la mia attenzione: Gioventù Italiana del Littorio: la stampa dei giovani nella guerra fascista di Marina Addis Saba e 1943: 8 settembre a firma di Ruggero Zangrandi. A onor del vero c'erano anche due volumi tascabili della Laterza di Angelo Tasca, Nascita e avvento del fascismo, ma lo lasciammo dov'era mentre i primi due li chiedemmo in prestito. C'è una regola fondamentale da rispettare se non si vuole vedersi privati di ciò che abbiamo dato: i libri non si prestano mai perché non vengono mai restituiti. Se il nostro amico si fosse attenuto a questa regola, probabilmente noi non saremmo mai stati qui.
Ci eravamo diplomati con il massimo dei voti, 60/60 in Ragioneria ed effettivamente la conoscevamo e praticavamo con una facilità incredibile. Al momento, però, di iscriversi all'Università, nell'incertezza, un amico che avevamo conosciuto anni prima alla federazione giovanile repubblicana di Corso Vittorio Emanuele, a due passi dal ponte che conduce a via della Conciliazione, essendo iscritto a Scienze Politiche, ce la consigliò anche perché noi, che avevamo fatto un pensierino a Economia e Commercio, eravamo impauriti dagli esami di analisi 1 e analisi 2, odiavamo, infatti, la matematica. Così, alla fine, optammo per Scienze Politiche e sarebbe stata la nostra svolta.
Invero la passione per la scrittura l'avevamo sempre avuta sin dall'adolescenza. La via parallela di viale delle Milizie, era via Famagosta. Qui, spesso, si buttava per terra su quattro stracci un vecchio che chiamavamo tutti l'accattone e che, indubbiamente, non aveva un bell'aspetto né un buon odore. Dal secondo piano dell'edificio in cui vivevamo, ogni tanto piombava sul selciato una busta d'acqua, una sorta di gavettone che, per fortuna, non ha mai colpito nessuno tantomeno quel vecchio signore. All'età di 15 anni, iniziammo a redigere dei racconti di una, massimo due cartelline nelle quali tracciavamo le avventure dell'accattone, piazzandolo qua e là in diversi periodi storici. I compagni di classe restarono basiti. Un paio d'anni più tardi, buttammo giù un romanzo intimista che non valeva assolutamente niente, ma che ci impegnò a lungo per portarlo a conclusione. Tutto ciò per dare un'idea della passione, comunque latente, ma anche dell'ignoranza che albergavano nella mente e nei pensieri di uno studente.
Un giorno, chissà come chissà perché, prendemmo il libro di Marina Addis Saba e iniziammo a leggerlo. La nostra cultura storica non era granché sviluppata e faticavamo anche a comprendere, in un giornale, tutto quello che c'era scritto e questo nonostante, a 16 anni, ci piacesse andare in giro con il quotidiano La Repubblica di Eugenio Scalfari sotto braccio. Il libro di Saba raccontava la stampa dei giovani durante la guerra fascista, ossia durante il secondo conflitto mondiale. Si leggeva bene, era piacevole, addirittura leggendo gli articoli, sembrava che quei giovani avessero dentro di sé le stesse aspirazioni o quasi dei giovani di quaranta anni dopo: onestà, pulizia morale, meritocrazia, lealtà. Il libro ci piacque così tanto che andammo nei giorni seguenti nelle librerie che frequentavamo abitualmente, la libreria Riccardi e la libreria Maraldi di Piazza Risorgimento.
Nelle note del volume edito da Feltrinelli, appunto quello di Marina Addis Saba, avevamo trovato molti nomi protagonisti di quegli anni e che avevano vissuto il fascismo in gioventù per poi passare all'antifascismo. Li annotammo e, poi, ci recammo alla libreria Maraldi. In uno scaffale in basso, vedemmo un libro edito da Mursia il cui titolo non ci era nuovo, Gli anni che scottano, ma l'autore, Fidia Gambetti, ci lasciò perplessi: come faceva una donna a scrivere di fascismo? L'ignoranza è una brutta bestia e noi pensavamo che Fidia fosse un nome femminile e non, invece, com'è, maschile, lo stesso nome del più celebre scultore e architetto dell'Antica Grecia. Acquistammo, così, il libro e lo divorammo in un giorno. Era stupendo, scritto in maniera scorrevole, godibile, con una punteggiatura frequente, ma appropriata e per alcune ore restammo prigionieri di un mondo a noi sconosciuto.
Nel frattempo avevamo anche trovato e comprato un grosso tomo, Il lungo viaggio attraverso il fascismo, scritto da Ruggero Zangrandi e anche in questo caso vi ci tuffammo a capofitto divorandolo, letteralmente. Era fantastico, per niente palloso come, invece, erano i tradizionali manuali o testi di storia scritti dagli accademici. Dalle sue pagine trasparivano non soltanto eventi e date, ma emozioni, delusioni, entusiasmo. Era, in fondo, la storia di una gioventù che era cresciuta sotto il fascismo educata e allevata ad essere solo e soltanto fascista e che, con fatica e a caro prezzo, per quelli che vi riuscirono, seppe rinascere. In appendice il libro portava anche i nominativi di tutti i partecipanti ai Littoriali della Cultura e dell'Arte, la manifestazione voluta dal fascismo per dare sfogo alla sua gioventù. Era incredibile, c'erano moltissimi ex studenti in camicia nera che, ora, erano nelle file dei partiti dell'antifascismo. Voltagabbana? Macché, giovani che avevano cominciato a ragionare con la propria testa e ai quali la guerra, con le sue tragedie e le sue tristi verità, aveva aperto gli occhi.
(1 - continua)



