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Scritto da Luciano Luciani
Cultura
03 Febbraio 2026

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Terra di sante indomabili, la Sicilia. Non solo la siracusana Lucia, ma anche e prima di lei,  Agata, Sant’Aita, patrona di Catania e protettrice dei suoi cittadini dalle eruzioni dell’Etna, formidabile e pericoloso vicino: nel primo anniversario della morte della santa Agata, la lava del vulcano, che scivolava pericolosamente verso l'abitato, per miracolo si arrestò
La tradizione, risalente al III secolo, vuole che questa fanciulla nobile, bella, ricca e, come suggerisce il nome di origine greca, "buona", sia chiesta in moglie dal potentissimo magistrato romano Quinziano o Quintiniano: la giovinetta, però, arde d’amore per ben altro sposo. È innamorata di Gesù e in suo nome ha fatto voto di rimanere vergine per sempre. Il proconsole romano, allora, dopo aver esperito ed esaurito ogni possibile lusinga affida Agata nella mani di Afrodisia, nomen omen, un po’ maga e un po’ ruffiana, ma soprattutto tenutaria di una casa di piacere. Qui è ristretta la vergine e sottoposta a ogni genere di pressioni, morali e fisiche, alle quali Agata oppone un’invincibile resistenza. Quinziano, consumate tutte le sue risorse di pazienza, la passa alle cure dei carnefici che fanno strazio del giovane corpo della fanciulla, accanendosi sui suoi seni come estrema umiliazione di una femminilità che non intendeva piegarsi: un’orrenda mutilazione quella subita dalla giovane, prontamente sanata da San Pietro che, apparso ad Agata, ne favorisce la pronta cicatrizzazione. Sprezzanti le parole della giovinetta nei confronti del suo carnefice: "Tiranno crudele! Non hai vergogna di torturare in una donna quello stesso seno da cui, bambino, hai ricevuto la vita?" E  muoveva "con grande gioia al carcere come una sposa verso le nozze" (Antifona delle lodi e dei vespri). Solo la brutalità della prigione e, più tardi, i carboni ardenti riescono ad avere ragione di questa martire, dolce e dignitosa, mite e fiera della propria verginità consacrata a Cristo. Santa "ausiliatrice" fin dal Medioevo, la "Santuzza" è oggi la protettrice delle donne malate al seno e la patrona dei fonditori di campane. La sua festa si dà il 5 febbraio e le sue reliquie sono conservate nel duomo di Catania in una cassa d'argento di gusto gotico, opera quattrocentesca del maestro argentiere Vincenzo Archifel (1461 - 1533). Del senese Giovanni di Bartolo il busto reliquiario d'argento della santa affiancato da due angeli con le ali spiegate: lavoro di preziosa oreficeria esso reca sul capo una corona donata dal re d'Inghilterra, Riccardo Cuor di Leone (1157 – 1199). Nelle raffigurazioni artistiche la santa viene rappresentata con un piatto in mano su cui sono esposte le minne, le sue mammelle, che danno il nome anche a un delizioso dolce di pasta-frolla, ricotta e una ciliegina candita, a mo’ di capezzolo, ben noto in tutta la Sicilia e oltre. Se Catania rivendica l’onore di averle dato i natali, sulla base di una tradizione apiamente minoritaria Palermo insidia, a tuttoggi invano, tale origine. 

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