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Scritto da aldo grandi
Cultura
20 Marzo 2024

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Avete presente chi è Alessandro Dalai? Un editore, colui che, alcuni decenni fa, ebbe a rilevare la storica Baldini&Castoldi facendola diventare una delle più prestigiose case editrici in Italia e, senza alcun ombra di dubbio, la prima in quanto a talenti scoperti, intuizioni geniali, best-sellers venduti. Da Susanna Tamaro a Giorgio Faletti, da Enrico Brizzi a Naomi Klein, da Aldo Busi a Paolo Mereghetti. Il merito? Essenzialmente di tre persone, appunto lui, Alessandro Dalai, uno che sapeva il fatto suo in quanto a gestione degli autori e anche degli aspiranti tali, Piero Gelli, editor e critico letterario e musicale, Oreste Del Buono, scrittore, giornalista, traduttore, critico letterario, curatore editoriale e sceneggiatore. Ebbene, a distanza di qualche anno, nel cosiddetto Nuovo Millennio, di questi tre personaggi, nella storia dell'editoria italiana e delle varie case editrici che li hanno 'ospitati', si è come persa traccia. 

Pensiamo, ad esempio, alla gloriosa casa editrice torinese Einaudi, presso la quale tutti e tre hanno collaborato con risultati notevoli, a partire da Alessandro Dalai che, con la pubblicazione per sua decisione imposta, del best-seller Anche le formiche nel loro piccolo si incazzano di Gino & Michele, oltre tre milioni di copie vendute e bilanci risanati e rinvigoriti dal colpaccio. Ebbene, a quanto si legge un po' di qui e un po' di là, alla Einaudi se li sono quasi dimenticati Dalai, addirittura, pare non esserci mai stato anche se, dicono, non sia mai stato un carattere facile, ma di risultati positivi ne ha portati eccome quando Einaudi, quella storica, aveva i conti in rosso e la collana degli Struzzi fagocitava anche i tascabili che Oreste Del Buono, chiamandoli E. T. (Einaudi Tascabili), con evidente riferimento al film plurirecord di incassi, aveva rilanciato alla grande.

Ma non è solo questo. Ad esempio adesso che La Nave di Teseo di Elisabetta Sgarbi ha rilevato la Baldini&Castoldi o quel che ne era rimasto dopo le vicissitudini giudiziarie conclusesi con l'assoluzione completa del fondatore Alessandro Dalai da ogni accusa di bancarotta fraudolenta, non scrive nel comunicato stampa di acquisizione nulla proprio della storia della casa editrice e del suo geniale amministratore se non qualche parola di circostanza per il figlio Michele Dalai che ne aveva preso le redini in un recente passato.

Infine pensiamo anche all'Unità, in una situazione economica disastrosa e disastrata, rimessa in piedi proprio grazie all'intervento di Dalai e di qualche altro esponente dell'editoria e dell'imprenditoria italiane. Anche lì azienda risollevata, ma lo stesso Dalai e non soltanto lui rompeva un po' troppo le scatole per via di quel suo presenzialismo e tendenza a rigettare le intrusioni ritenute ingiustificabili della proprietà. Così dimenticato anche su questo fronte anche da coloro, giornalisti in auge, che ne beneficiarono eccome.

In sostanza e come è sempre stato detto, la gratitudine non è di questo mondo anche se Alessandro Dalai, nel corso della sua ultratrentennale carriera è probabile che di nemici se ne sia fatto più di uno. Ora che una sentenza storica della magistratura milanese lo ha prosciolto da ogni addebito, è venuto, forse, il momento, per lui e non soltanto, di presentare il conto e togliersi qualche masso dalle scarpe. L'effetto rimozione è una pessima abitudine del nostro Paese dove, paradossalmente, il giorno prima si dimentica quello che è stato fatto il giorno dopo.

Dalai è pronto alla nuova sfida e a rientrare dalla finestra dopo essere stato cacciato, suo malgrado, dalla porta principale. A suo avviso molto ancora ha da dare, in veste di operatore culturale, all'editoria del nostro paese. Viste le premesse, forse, una possibilità sarebbe il caso di concedergliela.

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