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Scritto da laura da prato
Cultura
03 Maggio 2023

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Per me si va tra la perduta gente, per me si va nell'eterno dolore. ( Canto III Inferno) 

Questo mi sovviene mentre percorro la breve  e tortuosa strada oltre il cancello verde, che si apre al visitatore colto e curioso e che porta dritta all'edificio mastodontico e fatiscente che ospitava l'ex manicomio di Maggiano. 

Giganti alberi centenari, una collina ariosa e rigogliosa,  un verde quasi dimenticato.

Ad ogni curva,  si fa più forte la  curiosità, ma anche una sensazione di angoscia, forse come quella di chi percorreva quella stessa strada da "paziente malato" o da semplice "reietto della comunità".  Poche centinaia di metri e si apre lo spazio  davanti all'edificio, maestoso ed inquietante, con quelle grandi finestre che sembrano voler raccontare tutte le storie vissute. 

All'ingresso ci accoglie Isabella, nipote di Mario ( Tobino),  entusiasta e appassionata, che inizia il suo racconto e ci trasporta nel passato, nella storia di quel complesso e discusso mondo dell' ospedale.

Isabella ci spiega tutto e ci fa strada tra le pareti della casa dei medici,  i corridoi che conducono ai chiostri  fino alla grande scalinata  di quella che fu la divisione maschile, giù  in fondo, fino alla chiesa e alla grande sala cinema, dove si conserva ancora la vecchia macchina da presa, purtroppo inaccessibile,  con le file di sedie intatte, come quando le frequentavano i "malati". 

E poi ancora i bagni, le stanze con i letti e gli oggetti di quei tempi e le cucine, enormi, a pianta rotonda, sotto una cupola immersa di vetro da cui si vede il cielo; le stanze delle alghe, lo strumento dell' elettroshock, le camici di forza. Il racconto segue le immagini e ci fa vivere le storie di gioia, di dolore, di amore, di vita vissuta tra quelle mura insormontabili. 

Ogni passo un sussulto,  ogni stanza un diverso stupore, una sensazione, un immagine che si riempie di volti e di rumori. Il set perfetto di un film basato su una storia vera.

La storia di una città sulla città,  vicina se pur lontana, a nascondere orrori e dolori e le storie di coloro che anche senza ragione, erano " deportati" li per vergogna, per non farli vedere. Alcuni addirittura, ci sono nati e morti. 

Le pareti sono scarne, molti luoghi inaccessibili e pericolanti. Un patrimonio di un enorme potenziale culturale, artistico e turistico.

Vorremmo restare ancora, vedere le parti chiuse, sfogliare i volumi centenari e le storie delle terapie ai malati, ma la visita è finita. 

E, del resto, non voglio nemmeno  raccontare di più di questo viaggio  magico ed inquietante, emotivamente sconvolgente.  

Ognuno deve fare il suo, tutti noi, cittadini Lucchesi, dovremmo affrontare questo viaggio, vedere con i proprio occhi questo patrimonio della nostra storia, questo pezzo  importante della vita di tante famiglie. Il luogo dove taluni cercavano con tutte le loro competenze di curare le persone ed altri spedivano lì i loro cari, frutto della vergogna e dell'ignoranza. 

Un luogo magico e misterioso  che trasuda di storie vissute e patite.

Un sincero grazie alla Presidente e alla fondazione tutta.

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