Se dentro la città di Lucca, c’erano i rioni a dar movimento alla vita cittadina, nelle campagne c'erano le corti, invece, con una funzione ed un significato più ampio e profondo, quasi religioso. La corte è - giacché ancora ne esistono in Lucchesia, ma anche altrove, dove vi sia stata radicata una intensa vita agricola - un agglomerato di case che sorgono intorno ad un'aia. Queste sono quasi sempre costituite da tre piani, al piano terra vi è sistemata la cucina con il caminetto e la sala da pranzo e un piccolo salotto per ricevere. Ai piani superiori si trovano le camere e l'unico bagno o gabinetto. Le finestre di solito dànno sull'aia o cortile, salvo per quelle case che si affacciano anche sulla strada provinciale o statale, che hanno le finestre pure su questo lato. Ogni casa aveva in quegli anni a fianco, o sopra una stanza del piano terra, una capanna per alloggiare il fieno, e sempre c'era una stalla per le bestie e per gli attrezzi. Qualche volta, nelle corti più grandi, si trova ancora oggi, malamente conservata, perfino una cappella, adibita allora alle funzioni dei mesi specialmente di maggio e giugno, dedicati alla Madonna e al Sacro Cuore. Ma anche per le Rogazioni e la Via Crucis. Come già si può capire, la corte era una piccola comunità, dove il lavoro dei campi per gli uomini e il lavoro casalingo per le donne erano il rosario quotidiano. Ogni tanto il curato passava a fare visite che erano sempre gradite e non gli si faceva mancare un dolcetto e un buon bicchiere di vino della propria vigna. Succedeva anche che qualcuno di questi abitanti di corte fosse così influente e qualche volta ricco (di animali e di campi soprattutto) che la corte prendeva il suo nome. Così, dalle parti in cui si svolge la nostra storia, noi troviamo Corte Puccinelli, Corte Pera, Corte Modena e via dicendo, che sono nomi di famiglie realmente esistite. Ricordo che una volta si insediò in una di queste corti una nuova famiglia così influente da tentare di mutare il nome della corte. Non ci fu verso, non la spuntò. Chi impregnò, negli anni in cui la corte aveva un senso di vita comune e di dominio, del suo personale profumo quelle case e quei cortili, oggi sopravvive ad ogni attacco, forgiatosi nei tempi in cui erano il sudore della fronte e la capacità di intendersi con la terra, con la campagna, a marchiare la propria fama. Ogni corte ha la sua storia, e si potrebbero scrivere dei libri per ciascuna, e qualcuno l'ha fatto per quella del proprio cuore, legata spesso alla sua discendenza.
Così, per questa vita tanto raccolta e intensa, intima, accadeva che la corte fosse sottoposta a regole ben più severe di quelle che vigevano nella città e nei rioni. L'onestà soprattutto, e infine lo spirito di altruismo e di solidarietà, dovevano restare il fondamento di ciascuno. Sin da piccoli, giocando in mezzo al granturco steso al sole sulla massicciata, o respirando il profumo delle corone di aglio e di peperoni appese ai muri, si cresceva respirando il monito di una vita improntata alla laboriosità e alla rettitudine. La sera, soprattutto nelle belle giornate, tornati dai campi, donne e uomini della corte, specialmente dopo cena, mettevano fuori le seggiole impagliate e si radunavano vicini uno all'altro a chiacchierare: si discorreva di tutto, e non c'era voce importante, come quelle della politica e della vita di città, che non passasse dalle loro bocche, non ignare perciò di quello che accadeva intorno. Ma naturalmente gran parte dell’attenzione era dedicata al pettegolezzo, alla burla, al favoleggiare. Nascevano storie perfino inventate, per mettere paura ai ragazzi quando, stanchi di giocare, raggiungevano gli adulti, e magari si sedevano per terra o sopra una pietra e aprivano le bocche coi nasi all'insù e non fiatavano, incantati da quei vecchi e magici narratori. Oppure erano favole antiche tramandatesi di bocca in bocca e di generazione in generazione a infittire le ore del riposo e della fraternità. Secondo le caratteristiche di ciascuno nascevano i soprannomi, dei più curiosi, e tutti legati da un filo di verità: Il Gobbo, Lo Sdentato, Il Mago, Sputone, Mela, Tredita, Canterino, Piscione, La Pettegola, La Culona, La Bavosa, Puppore d'oro, La Stallona, La Cerva, e così via, e quelli erano nomi che contavano più dei veri, e solo se li pronunciavi la gente capiva.
Il paese aveva più di una corte e il loro numero dipendeva dalla sua grandezza: sulla strada che da Lucca porta a Pisa, detta appunto la via pisana vecchia, per distinguerla dalla nuova, a mano a mano che ci si allontana dalla città e ci si avvicina al confine con Pisa, segnato all'ingresso di Ripafratta, questi paesi sono in realtà paesoni di molte case e di molte corti: Sant'Angelo, San Donato, Nave, Montuolo. E ancora vi si respira, soprattutto a Sant'Angelo e a Montuolo, il fervore e il profumo di quegli anni. Ci si vive bene, e il morbo della città ancora se ne tiene lontano.
Allorché taluni di questi valori venivano violati, erano guai per chi li trasgrediva, la vergogna rimbalzando un po' su tutti. Quando a qualcuno capitava il carcere, il lutto sembrava cogliere la corte. Lunghi e tristi silenzi. Ma l'onta maggiore, quella che faceva arrossire e perdere la dignità, era rappresentata dal tradimento delle donne. Non ci si passava sopra, come fosse faccenda che riguardasse non il marito cornuto, ma tutti, uomini e donne della corte, e spesso non solo di quella colpita. Infatti, l'onta contagiava anche le corti confinanti, e si passavano in rassegna tutte le donne, tutte le ragazze, sia pure incolpevoli, ma osservate come se cercassero di nascondere anch'esse il proprio tradimento, la violazione, ossia, di un codice morale radicatosi nei secoli.
Si vigilava sulle donne come si vigilava sul proprio bestiame o sui denari nascosti sotto il materasso. Quando una donna camminava per strada, c'erano sì gli sguardi cupidi degli uomini ad accompagnarla, ma implicita era la curiosità di dove andassero a finire quei passi sensuali e quell'ancheggiare che toglievano il respiro. Le donne lo sapevano bene di essere osservate, controllate, e anche desiderate, e si dovevano districare tra questi sentimenti, l’ultimo dei quali era davvero tentatore, giacché stimolava la loro vanità e la passione. Allorché uno sguardo le carezzava, esse l’avvertivano, fremevano. Erano vulnerabili, perciò, in quegli anni in cui la guerra aveva allontanato molti uomini, e molti mariti, e così poteva succedere che qualche donna non resistesse alle lusinghe e al desiderio e trovasse un amante. Qualche volta era talmente brava che riusciva a farla franca, ma erano casi davvero rari e fortunati. Il più delle volte la tresca era scoperta, spesso per caso. Allora, dapprima nasceva il sospetto, si concentrava l'attenzione sulla donna senza darlo a vedere, e per giorni e giorni, quando uno, quando l'altro, si cercava conferma del sospetto. E infine eccola che arriva: l’adultera è colta sul fatto, senza che se ne accorga. È il risultato di un appostamento sapiente, guardingo. E questo fatale momento non recava gioia a nessuno, tutt’altro; esplodeva la rabbia, e si riversavano sulla donna tutte le malvagità che la storia le ha riservato nel corso dei secoli: un essere tentatore e lussurioso, pronto a tradire per un capriccio legato ai sensi: una figlia del diavolo, come aveva sostenuto la Chiesa un tempo.
La donna quasi mai si avvedeva di essere stata spiata e sorpresa. Trascinata dal furore amoroso, scaldava con la stessa passione dei primi giorni il letto dell'amante, o l'androne di un portone nascosto nella campagna o nella città, o il cantone di un muro in qualche luogo lontano, e ciò fino a quando non era decisa la punizione per lei.
Consisteva nella cosiddetta "scampanata", diffusa nella Lucchesia proprio in quegli anni e soprattutto nei paesi in cui questa storia è ambientata, oggi del tutto scomparsa e rimasta solo come un ricordo lontano nella memoria dei più anziani.
Quelli che avevano scoperto il tradimento, passavano la voce agli amici coi quali solevano regolare queste faccende, e così si fissava la data di una sera in cui ci si recava sotto la finestra della donna a cantargliene di tutti i colori. Ci si andava muniti di coperchi di pentola da sbattere uno contro l'altro, di tamburi, di fischietti, di trombette, di bastoni, di campanacci e di ogni altro oggetto di fantasia che producesse fragore. Si partiva da fuori della corte, magari dalla corte vicina, o dalla strada, e giunti sotto le finestre della sventurata, si cominciava il fracasso: era talmente assordante che subito tutti spalancavano le finestre o accorrevano dalla strada e dalle altre corti. Dopo il fracasso improvviso, una breve pausa consentiva di scandire il nome della donna, a voce così alta che tutti potessero udirlo. Ricominciava il fracasso e di nuovo si riudivano le voci che chiamavano la donna, ed infine si dava sfogo agli insulti, a cominciare da quelli di: "puttana", "troia", "battona", "maiala", ed altri che si coniavano lì per lì per fantasia, coloriti con fraseggi che non erano meno tuonanti degli attrezzi che si sferragliavano. Tutte le luci si erano a questo punto accese, e tutte le finestre illuminate, salvo quella della disgraziata, che rimaneva chiusa, buia, a rimarcare la colpa. Ci voleva del coraggio, infatti, che poche avevano, per affrontare il vituperio di quell'orda di scalmanati, i quali un po' lo facevano per rabbia e un po' divertendosi, essendo stati nutriti dalla stessa aria che fece maturare in corpo al Boccaccio quello spirito che, poi, è di tutti i toscani.
Da quel momento, il destino dell’adultera era segnato per sempre. Difficilmente si dimenticava, e difficilmente la vita tornava a sorriderle.
La corte lucchese come puniva l’infedeltà della donna
Scritto da Bartolomeo Di Monaco
Cultura
06 Novembre 2026
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