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Scritto da beatrice venezi
Il blog di Beatrice
21 Settembre 2026

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Il tema della cultura come fattore fondante di un popolo mi appassiona e mi coinvolge personalmente. È un tema, che nella mia professione, vivo molto spesso, soprattutto quando sono all’estero e percepisco ancora più nettamente la mia italianità e colgo gli input di apprezzamento del nostro knowhow cultural-indentitario italiano.

Knowhow che deriva da quel processo formativo fondato sull’apprendimento dei nostri saperi, della nostra spiritualità, dei comportamenti, dei sistemi di valori caratterizzanti e che ci consentono di acquisire quella personalità e consapevolezza che ci competono all’interno della società.

La cultura serve ad acquisire e salvaguardare lo spirito critico, a non cedere al conformismo degli atteggiamenti e del pensiero. Questo forse è il patrimonio più prezioso della nostra specie, una vera e propria ricchezza intesa nella pienezza semantica del termine, perché se abbassiamo il livello della cultura o non la rendiamo più accessibile i popoli si riducono inevitabilmente e meramente al proprio ed essenziale fenomeno biologico. La società di massa, infatti, non vuole cultura, ma semplice svago perché pensare costa tempo e fatica, quindi meglio rifugiarsi in una rassicurante omologazione.

Questo è il pericolo che dobbiamo fronteggiare e oggi più che mai è necessario difendere l’identità e la cultura della nostra Nazione affinché si possa avere la certezza del suo futuro. É più che mai necessario farla conoscere e proteggerla con determinazione perché senza identità culturale non c’è identità nazionale, né un popolo.

Sí, perché dentro al concetto di cultura c’è anche quello di identità, che è la capacità di espressione di sé come persone e come comunità, progetto ed immaginario, memoria del passato e proiezioni del futuro e mille altre cose ancora.

La cultura identifica un popolo, ne delinea i caratteri ed è a sua volta plasmata e modellata attivamente dalla sua comunità; rivela le differenze dinamiche tra un popolo e l’altro, costituisce quel binomio inscindibile di cultura e identità, punto di riferimento, fonte di ispirazione e senso di appartenenza di un popolo che in quelle caratteristiche si riconosce e condivide. Non c’è cultura che non si concretizzi in un’identità e non c’è identità che non sia informata da processi culturali. L’identità culturale è un fattore determinante per la conservazione della memoria di un popolo e della permanenza delle sue tradizioni e valori perché è una necessità delle persone sentirsi creditori dei loro tratti identitari. 

La manifestazione psico-sociale di affermazione identitaria di un popolo è un fatto inevitabile ed è quindi senza senso biasimarla o addirittura negarla, come oggi accade con i vari e ripetuti tentativi di spallate da parte della cosiddetta cancel culture.

Un pensiero dominante che storce il naso di fronte a qualsiasi riferimento ad una cultura identitaria e nazionale, ed è proprio per questo che oggi vorrei astrarmi per un attimo dalla contingenza, dall’oggi, e tornare indietro, alla seconda metà del XIX secolo, per parlarvi delle sperimentazioni delle scuole nazionali.

Durante l’Ottocento la musica diventò una parte importante della ricerca dell’identità nazionale che caratterizzò la vita politica e sociale in molti paesi europei, diventò addirittura parte attiva del processo di formazione e consolidamento degli Stati nazionali. La ricerca musicale procedette attraverso il confronto con la tradizione e il folklore e si tradusse in un impegno educativo e istituzionale teso a salvaguardare e incrementare le scuole musicali nazionali. In alcuni paesi, come la Gran Bretagna, ci fu uno stimolo a creare esperienze musicali autonome e a dare vita a un’organizzazione didattica e concertistica capace di formare compositori propri. In altri paesi invece, la costruzione di una vita musicale autonoma si coniugò con la ricerca di un’identità nazionale, radicandosi nel folklore locale e acquisendo una precisa fisionomia nazionale.

La musica nazionale dell’Ottocento si differenziò dalle forme musicali storicamente dominanti e propose indirizzi di pensiero e compositivi che certamente influenzarono molte scelte estetiche del XX secolo. 

In particolare, nei paesi dell’Est europeo, in quelli scandinavi e iberici, oltre che in Russia – rimasti alla periferia della storia europea musicalmente egemonizzata da Italia, Austria, Germania e Francia – la formazione di borghesie intellettuali, mosse da un forte antagonismo sociale e politico, favorì la crescita di scuole musicali nazionali fondate sul canto popolare e sull’assimilazione del materiale folkloristico.

Anche l’etnomusicografia svolse un ruolo importante, permettendo la raccolta e la conservazione delle tradizioni musicali locali.

Ma arriviamo all’Italia.

La generazione dell’Ottanta in Italia, rappresentata da compositori nati intorno al 1880 per l’appunto, come Ottorino Respighi, Ildebrando Pizzetti, Francesco Malipiero e Alfredo Casella, rappresentò una continuazione di questo movimento, cercando di riscoprire e valorizzare la musica antica e il patrimonio culturale italiano, anzi di rifondare la musica colta italiana su una base completamente diversa.

Mentre negli stessi anni all’estero la scena musicale vede compositori come Stravinskij, Schönberg, Bartók, in Italia di fatto le riflessioni estetico-musicali sono quasi nulle. I compositori della Generazione dell’Ottanta assieme a musicologi come Giannotto Bastianelli e Fausto Torrefranca vedono l’opera lirica, unico genere di successo in Italia, come incapace di «darsi una veste di dignitosa intellettualità», mentre la produzione per la musica strumentale finisce totalmente in secondo piano. L’opera italiana diventa il loro bersaglio principale e intravedono in essa il motivo principale della crisi musicale italiana e la sua arretratezza rispetto ad altri paesi. 

Il ‘modello mediterraneo’, le nobili origini della musica italiana sono dunque individuati nel repertorio strumentale e polifonico del Cinque e Seicento, anteriore alle glorie del melodramma, ma anche nel canto popolare e nel canto gregoriano della liturgia. Gli esponenti della Generazione dell’Ottanta, coscienti del loro spirito italiano, saranno i primi in Italia a confrontarsi con i nuovi linguaggi musicali europei, aggiornandosi e scrivendo dunque musica moderna e cosciente del proprio tempo. La rinascita musicale italiana del Novecento deve quindi la sua «forza e la sua originalità all’armonioso equilibrio a poco a poco raggiunto da queste due forze apparentemente divergenti ma in realtà cospiranti ad un medesimo fine» come scrive Massimo Mila: apertura al Nuovo, proveniente dagli altri paesi europei, e sguardo al passato italiano. 

In questo contesto, il compositore di maggior successo è certamente Ottorino Respighi. La sua scrittura si distingue per l’inserimento di canti e melodie popolari all’interno delle sue composizioni, materiale popolare che viene nobilitato da un’orchestrazione brillante, come ad esempio accade ne Il trittico Botticelliano, nel cui secondo movimento inserisce la melodia di Tu scendi dalle stelle.

La sua opera più conosciuta e significativa è la Trilogia Romana, una vera e propria celebrazione della romanità, un omaggio, e perché no, un atto d’amore, nei confronti della città di Roma e della sua storia millenaria.

Fontane di Roma fu la prima suite della trilogia, composta nel 1916; rappresenta quattro fontane della città in diversi momenti della giornata, La fontana di Valle Giulia all’alba, la fontana di Tritone al mattino, la fontana di Trevi al meriggio e la fontana di Villa Medici al tramonto.

La seconda suite è Pini di Roma scritta nel 1924

Il primo movimento, I pini di Villa Borghese,  descrive dei bambini rumorosi che giocano ai soldati e marciano nella pineta della Villa Borghese. Il secondo movimento si intitola Pini presso una catacomba mentre il terzo tempo, un notturno , I pini del Gianicolo, è ambientato di notte, presso un tempio del dio Giano. Qui Respighi per la prima volta nella storia della musica inserisce in partitura la registrazione realizzata su di un fonografo, il Brunswick Panatrope , con il canto di un usignolo. L’ultimo movimento, I pini della via Appia, raffigura i pini lungo l’antica consolare romana: in un’alba nebbiosa, una legione avanza lungo la via Appia nel fulgore del sole appena sorto. Respighi voleva far sentire la terra tremare sotto i passi del suo esercito e così decise di utilizzare i registri più gravi dell’organo per questo scopo. Il pezzo richiede l’impiego delle buccine, antiche trombe romane. Il pezzo si conclude con un trionfo di trombe delle legioni sul Campidoglio.

La terza ed ultima Feste Romane, composta nel 1928, rappresenta quattro diverse feste della città di Roma: 

Il primo movimento, Circenses, rievoca gli spettacoli cruenti nella Roma imperiale; archi e fiati suggeriscono il canto piano dei martiri cristiani mandati a morire nell’arena del Circo Massimo. Il movimento si conclude con violenti accordi orchestrali, completo di pedale d’organo a rappresentare il soccombere dei martiri, massacrati da belve feroci.

Il seguente movimento rappresenta il Giubileo: l’avvicinamento dei pellegrini a Roma è catturato dalla visione mozzafiato del panorama da Monte Mario e con il sottofondo delle campane. Il terzo movimento ritrae la festa dell’Ottobrata nelle campagne presso Roma, e infine il movimento finale descrive la celebrazione della Befana a Piazza Navona .

Respighi in sostanza prende a piene mani dalla tradizione della romanità e la filtra attraverso un linguaggio musicale estremamente moderno e audace; usa il passato come ponte verso il futuro, per definire un nuovo immaginario musicale, per aggiornare l’identità musicale italiana. E ciò che un secolo e mezzo fa fu vissuta come una necessità impellente, secondo me, ancora oggi mantiene vivo il suo sacro fuoco. È un esempio, una fonte di ispirazione. 

Tutti questi esempi che hanno determinato la nostra identità vanno assorbiti nel nostro percorso evolutivo come nazione, implementati anche attraverso le nuove tecnologie e integrati. L’identità culturale si modifica con il passare dei tempi. La nostra società un tempo umanistica, è adesso primariamente scientifica e tecnologica, in continua evoluzione, e noi questa evoluzione certamente non la possiamo controllare, ma possiamo dirigerla. Dobbiamo darle una direzione se vogliamo evitare di appiattirci bidimensionalmente sugli schemi imposti dalla globalizzazione che distruggono qualsiasi creatività e unicità. Ciò è possibile solo attraverso una piena conoscenza delle nostre radici e una buona dose di audacia. 

Ed è così che «Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia».

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