Anno XI 
Domenica 6 Settembre 2026
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Scritto da Bartolomeo Di Monaco
Cultura
05 Settembre 2026

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Morì di peste nella sua casa di piazza S. Alessandro il 12 febbraio 1649, all’età di 43 anni. Quella del patto col diavolo affinché restasse bella per altri 30 anni è solo una leggenda che vuole, giunta la scadenza, che il diavolo sia venuto a prenderla su di un carro infuocato e l’abbia portata giù nell’inferno attraverso le acque del laghetto che si trova nell’Orto botanico di Lucca.

Ma non è così. Lucida Mansi è ancora tra noi. Io l’ho incontrata. Ecco come accadde.

Era giunta la sera quasi all'improvviso e me ne stavo seduto in via Roma, sopra una panchina di palazzo Cenami; non si vedeva nessuno per strada, le luci erano fioche, rade.

Quand'ecco apparire, a pochi passi di distanza, proprio davanti a me, senza che lì per lì me ne avvedessi, un'elegante signora dal passo lento ma distinto, la testa leggermente piegata, il collo avvolto da un delicato nastro di seta.

Mi sorrise: «Questa è la mia città!» sospirò, e mi fece cenno di aiutarla a sedersi accanto a lui.

«Non vedi come tutto qui mi ricordi: le strade che mi hanno ammirata bella e superba, le luci, i palazzi. Come potrei andarmene, lasciarla sola la mia città?»

Doveva essere stata molto bella la donna, e molto amata; tutto lo diceva di quel corpo che sembrava alla fine aver vinto il tempo.

«Ogni notte vago per le strade della città e ne godo a rivedere gli angoli che mi conobbero piena di gioventù. Ritornano a volte le immagini dolci della mia vita.»

Quindi non parlò più, finché non fui io a domandare chi fosse; non l'avevo mai notata per la città, che pure conoscevo.

«Sei stato fortunato ad incontrarmi» disse. «Ti ho visto arrivare dal tuo paese ed affacciarti alle porte della città. Sapevo che, calando la sera, ti avrei ritrovato qui.»

«Siete restata per me?» domandai incerto, sorpreso.

La sconosciuta tornò a sorridere e, guardandomi, posò lievemente la mano sulla mia; e allora, a quel nuovo contatto, la vidi illuminarsi, diventare bella, altera, come diceva di essere stata.

Sprofondarono i miei sentimenti in quello sguardo tanto dolce e riconobbi la donna della leggenda, inghiottita dalla terra, non del demonio ma della sua città prigioniera, regina, custode.

Stava seduta accanto a me come se fossero stati cancellati i secoli che ci dividevano: neri i capelli, gli occhi grandi, smaniosi; il corpo stracolmo di giovinezza.

Mi condusse con sé per la città. Mi parlò dei segreti che conosceva, di ciò che lei sola riusciva a vedere nelle sue passeggiate notturne, degli angoli della città carichi di storia.

Via Fillungo si apriva davanti a noi, poco illuminata, stretta e dritta; i palazzi vicini, quasi congiunti i tetti. Appena si intravedeva il cielo stellato.

«Adorata mia città!» ripeteva, e la sua bocca si apriva a respirarne l'aria, si gonfiava il petto di piacere.

La donna si era fatta dolcissima.

Quanto e quale orgoglio provavo a starle accanto, misurare la mia Lucca, percepirne i segreti attraverso quella donna! Era tale la tenerezza che ne sprigionava che anch’io mi struggevo al pensiero che tutto quell'affetto, tutta quella bellezza sfuggissero all'attenzione degli uomini; che nessuno sapesse delle innumerevoli notti d'amore trascorse tra Lucida e la sua città.

Mi condusse infine davanti alla Cattedrale, al bel San Martino, duomo di squisita eleganza che affascina il cuore e la mente del visitatore.

Era notte; la piazza s'era fatta suggestiva, immersa nel silenzio, appena illuminata da rade luci.

La donna, dopo aver toccato quasi con voluttà le colonne scolpite della facciata, scivolò dentro la chiesa. Anch’io vi entrai, condotto per mano dalla donna.

Ma Lucida non si curava più di me; andava da sola, ora; mi precedeva come per una visita intima nella quale nessun altro poteva aver parte. La veste morbida si apriva ai lenti movimenti, frusciava in mezzo al silenzio.

Certo, lì stavano altre anime della città, insieme con Lucida restate a vegliare per amore. Lo percepivo dal sussulto che la sua anima provava a mano a mano che il silenzio della chiesa si faceva profondo, assoluto; la mente stava come al di fuori del suo corpo, tutto precipitato in una quiete che non aveva più difese, disponibile a farsi occupare da un alito, da un sospiro.

Lucida si era inginocchiata davanti al Volto Santo.

Il suo stato di abbandono era tale che la supposi in contatto direttamente con Dio, e provai allora amore per quella donna, che la leggenda dei lucchesi vuole unita al diavolo e che, al contrario, sta dalla parte di Dio.

Quando uscimmo, le prime luci dell'alba già lambivano la piazza. Palazzo Micheletti mostrava al giorno il bel muro di glicini; Lucida vi passò sotto, mai più voltandosi.

La vidi piano piano svanire e avvertii che il suo spirito si faceva grande.

Ogni azione del passato che aveva costruito, preso parte in qualche modo alla vita della città, la sentii di nuovo vivere nella mia anima. Sentii che li amava tutti quegli uomini, e quei fatti, piccoli e grandi, che avevano colmato di storia e di sentimenti la sua città che, pur bella, non avrebbe potuto sopravvivere senza il cuore dell'uomo.

Mai mi sarei staccato da lei.

Non solo avrei voluto morire tra le sue braccia, cullato dagli alberi delle sue Mura, dalle torri, dalle piazze, dagli stretti vicoli; ma anche avrei voluto portarla con me, la città, nella nuova esistenza abitare ancora nella mia Lucca, conversare e vivere coi suoi fantasmi.

(Ritratto di Lucida Mansi inviatomi da Rugiada Salom Ferretti)

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