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Martedì 9 Giugno 2026
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Scritto da Luciano Luciani
Cultura
24 Novembre 2025

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L’attività, l’impiego, il mestiere, l’occupazione, la professione… In una parola, il lavoro. Costituisce un dato strategico nell’esistenza di milioni di uomini e donne perché rappresenta l’unico strumento per entrare in relazione con una fonte di reddito e quindi determina sia il loro livello di vita, sia, di ognuno, il progetto e l’organizzazione del futuro. I modi concreti in cui si esercita il lavoro condizionano gran parte dell’idea che ogni individuo finisce per avere di se stesso.

Joseph Conrad, uno scrittore apparentemente lontano da tali questioni, ma acuto indagatore dell’agitarsi dei problemi esistenziali sullo sfondo della crisi della società ottocentesca alle soglie della modernità - ovvero i deliri di onnipotenza dell’homo faber - in un suo racconto del 1899, Cuore di tenebra, trovò lo scatto di originalità per consegnarci, indenne dopo un secolo e mezzo, un’intuizione sul tema che vale la pena di riproporre: “Il lavoro non mi piace - non piace a nessuno - ma mi piace quello che c’è nel lavoro: la possibilità di trovare se stessi. La propria realtà - per se stessi, non per gli altri - ciò che nessun altro potrà mai conoscere.”

Siamo fuori, dalla concezione assolutamente pervasiva del lavoro-totale che ha avvelenato tanta parte del pensiero novecentesco, di tanta ideologia del secolo appena dietro le nostre spalle che è penetrata anche negli anfratti più riposti della vita degli individui. Teorie da cui sono derivati “macchine, apparati, strutture organizzative, burocrazie, tecnologie del comando e della gestione degli uomini in una parola COSE che hanno avvolto il lavoratore come un involucro inerte, talvolta stritolandolo, più spesso riducendolo a una delle tante funzioni della produzione che il XX secolo ha generato” (Revelli).

Convinzioni che hanno dato adito a esperienze di gestione del potere non certo positive e tutta la storia del Novecento ne porta ancora i segni addosso: non si contano gli errori, sia pure commessi in buona fede, nel tentativo faustiano di contrastare e ridimensionare ingiustizie storiche, squilibri secolari o addirittura millenari, lacerazioni sociali e violenze, magari finendo per produrre una violenza simmetrica e altrettanto devastante.

Oggi, a proposito del lavoro, siamo da capo a fare i conti con problemi immensi… Gli stessi che erano di fronte al movimento operaio delle origini con, in più, i problemi inediti indotti dalla globalizzazione. In questo 2025, si sono fatte stellari le distanze economiche e sociali tra i primi e gli ultimi del mondo: secondo la rivista statunitense “Forbes” nel corso di quest’anno che declina 3028 miliardari possiedono 16.100 miliardi di dollari. Secondo un rapporto Oxfam gli otto più ricchi Paperoni del pianeta possiedono ricchezze pari a quelle della metà più povera del genere umano.

Di contro, assistiamo a guerre, alle migrazioni forzate di interi popoli per ragioni economiche, geopolitiche, climatiche, mentre assume caratteristiche allarmanti la perdita di potere, prestigio, visibilità di legioni di salariati sempre più flessibili, precarizzati, senza una rappresentanza politica certa… Il mondo che ci accingiamo a consegnare nelle mani delle generazioni dei figli e dei nipoti non è certo un bel mondo segnato com’è da forme tossiche di un’ingiustizia sociale di dimensioni numeriche scandalose per quanto riguarda la fame, le malattie e l’accesso alle cure, l’analfabetismo…

Prende corpo, e su scala planetaria, quanto preconizzato da Karl Marx nel lontano, lontanissimo 1844 nei suoi Manoscritti economico-filosofici: “Certamente il lavoro produce meraviglie per i ricchi, ma produce lo spogliamento dell’operaio. Produce palazzi, ma caverne per l’operaio. Produce bellezza, ma deformità per l’operaio. Esso sostituisce il lavoro con le macchine, ma respinge una parte dei lavoratori a un lavoro barbarico, e riduce a macchine l’altra parte.”

E se il tanto oggi vituperato filosofo di Treviri avesse avuto ragione? Perché la lotta di classe esiste, agisce nella storia ed è palese che a vincerla, ai nostri giorni, sono stati i capitalisti.

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