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Scritto da luciano luciani
Cultura
09 Luglio 2023

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Oddio, non per essere irriverenti ma solo sinceri fino in fondo, questo Paolino, primo vescovo della città di Lucca e martire al tempo di Nerone, non si sa neppure se sia davvero mai esistito.

Probabile figura di fantasia, inventata per stabilire una relazione qualificata tra la Chiesa lucchese e i tempi eroici della predicazione apostolica, Paolino sarebbe stato originario di Antiochia, una tra le più importanti città del mondo antico tra Turchia e Siria. Discepolo di Pietro, e da questi inviato a evangelizzare i territori della Toscana nord occidentale, avrebbe ricevuto il battesimo da tale presbitero Antonio sul monte Pisano, luogo vocato al romitaggio, alla meditazione, alla preghiera. Qui, durante le persecuzioni dell’ultimo esponente della casa Giulio-Claudia, sarebbe stato martirizzato. Il suo culto, nato in età medioevale, avrebbe a poco a poco soppiantato sia quello di san Martino, modello di umanità forse troppo alto per i lucchesi a causa di quel suo vezzo di dividere tutto a metà con i più disgraziati, sia quello di san Frediano, straordinario ingegnere idraulico, ma un po’ povero di spiritualità. Patrono della città delle Mura, storia e spoglie di Paolino sono raccolte nella chiesa che porta il suo nome posizionata lungo l’antico decumano della città, oggi frequentatissima strada che porta il suo nome. Nientemeno che una basilica, sia pure minore, sia pure in coabitazione con san Donato, anche lui vescovo, però di Arezzo, anche lui martire: secondo l’autorevole giudizio della storica dell’arte Isa Belli Barsali, “l’unica chiesa di dimensioni monumentali del sec. XVI che rimanga nella città”. Collocato oggi in una cappellina a destra dell’altare, una grande tela, opera di Giovanni Domenico Lombardi, detto Omino (1682-1751), dignitoso artista locale del Settecento, racconta ai fedeli il solo miracolo attribuito al patrono lucchese. Siamo nel 1664, appunto il 12 luglio. Sono in corso i festeggiamenti per il santo venuto dalla Siria e, come da tradizione, il cannone dovrebbe sparare. A salve, naturalmente. Per errore, però, gli artiglieri lo caricano a mitraglia: potrebbe essere una strage di lucchesi che, festanti, entrano ed escono da porta San Donato. Invece, grazie all’intervento miracoloso del protovescovo, che sul quadro in alto a destra, circondato dagli angeli, governa la scena, nessuno si fa male.

La rara iconografia giunta sino a noi del santo lo rappresenta mentre tiene in mano la città con le sue mura rinascimentali, le torri, le chiese, il suo manto arboreo. Il gesto, insieme protettivo e delicato, di un santo giovane, slanciato, non privo di una sua naturale eleganza... Eccolo, a mio parere, un esempio significativo del celeberrimo garbo – “andare a Lucca a prende’ il garbo” - lucchese: un misurato, signorile, buon gusto, discreto e non ostentato, ben rappresentato nelle fattezze, immaginarie, del proprio santo patrono.

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