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Scritto da erika ansani
Economia e lavoro
10 Novembre 2022

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Salvatore Gigante, per tutti Sasà, fino a solo un mese fa era un cittadino qualunque, 60 anni, sposato, con due figlie, un lavoratore ed imprenditore come tanti, che con passione ed entusiasmo gestiva il proprio ristorante 'Il gigante e la gallina' a Salbentrand in Val di Susa.

Dal 15 di ottobre Sasà è balzato ad onor di cronache, per aver deciso di chiudere la sua attività, lasciare la famiglia ed intraprendere un viaggio di protesta dal nord al sud del Belpaese - isole comprese - con la sua bicicletta per “per dire basta alle prese in giro dello Stato e tornare a essere libero da tasse, burocrazia, bollette e obblighi".

Una presa di coscienza questa, che non nasce all’improvviso ma matura lentamente, negli anni, quando da proprietario di un autofficina a Torino, si ritrova a doversi confrontare con la crisi del settore automobilistico e a dover ripensare la propria vita anche lavorativa. Si re inventa così ristoratore ed apre “Il Gigante e la Gallina” in Val di Susa a ben 70km da casa e dalla famiglia. Non pago, iniza un secondo lavoro come netturbino per il comune, taglialegna e accompagnatore nei tour nella valle in moto.

L’attività decolla, ma, le proteste per la TAV che riducono drasticamente il turismo, i continui controlli fiscali della finanza, alterne vicende che lo portano a scontrarsi con le ingiustizie del “più forte”,una burocrazia cervellotica e un sistema giudiziario “poco chiaro” alimentano in lui i primi semi della protesta.

L’ago della bilancia, che ha definitivamente spostato le priorità di vita di Sasà è stata la pandemia. “Tra chiusure, riaperture, lockdown e limitazioni mi è venuta a mancare la libertà di di poter lavorare, poi tra continui rincari, bollette e tasse la situazione ha cominciato a diventare insostenibile. Mi sono sentito preso in giro da uno Stato che non ti aiuta e pensa solo a punirti”.

Il mancato arrivo dei ristori e l’obbligo vaccinale hanno fatto il resto “Le spese nessuno ce le ha pagate e i ristori non sono arrivati poiché noi siamo un associazione con partite Iva e nessuno ci ha dato niente perché non rientravamo nelle categorie. Ma le spese c'erano lo stesso e fino all'ultimo giorno non sapevamo se riaprire o meno. Senza contare l’obbligo che ha impedito agli italiani non vaccinati di andare a lavorare per guadagnarsi da vivere. Mia moglie che di professione fa la maestra, per poter andare a lavorare, è stata costretta a vaccinarsi. Come mia moglie sono state tante le persone che per non perdere il lavoro sono state costrette a cedere e trovo la cosa profondamnete ingiusta”.

“infine -continua Sasà – è arrivata anche la guerra in Ucraina. Mi è sembrato di lavorare solo per pagare tasse e bollette, così ho deciso di cambiare vita e tornare a essere libero, per davvero. Ho chiuso il ristorante e ho deciso di partire per questo lungo viaggio, senza programmare troppo i prossimi mesi, assieme alla mia biciletta, io che non sono nemmeno un ciclista. I primi giorni è stata dura, mi sono venute anche le vesciche, ma oggi, con i miei calli, mi sento ogni giorno più forte e questo anche grazie alle tante persone che condividono le mia battaglie e le mie idee, mi fermano per strada, e mi chiedono informazioni dopo aver letto le frasi stampate sulla maglietta”.

Eh sì perché con "Mi riprendo la mia libertà" sul davanti della sua maglia e "fottuto dallo Stato" sul retro, Salvatore si fa portavoce di coloro, e sono tantissimi, che “devono fronteggiare questa crisi e fanno fatica ad andare avanti, non tutti hanno il coraggio di ribellarsi e protestare ed io lo faccio anche a nome loro”. “Per mantenermi, lungo il mio cammino, farò dei lavori saltuari, e anche se la generosità delle persone sino ad oggi mi ha aiutato con qualche pasto caldo, e un tetto in cui dormire, voglio godermi questa libertà, lontano da strumentalizzazioni anche politiche e portare avanti questo messaggio di ribellione”.

Sasà probabilmente è rimasto uno dei pochi sognatori rimasti, una sorta di Don Chisciotte che armato solo della sua biciletta, combatte quitidinamante contro i mulini a vento di un Paese ormai sfiancato e rassegnato, ma leggendo nei suoi occhi la determinazione di chi vuol cambiare le cose e la commozione nel pensare a cosa lascerà alle sue figlie, capisco che il mondo ha ancora bisogno di persone come lui, di essere umani che combattono con i mezzi che hanno, per aiutarci a rendere questa società un poco meno individualista e vile, più consapevole ed empatica.

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