L’associazione Nazionale Alpini riunisce chi ha indossato – in armi – il cappello alpino nell’Esercito Italiano, e solo dal 2000 ha accettato chi l’ha calcato in capo militando nelle formazioni militari della Repubblica Sociale Italiana. Nessuno ha nulla da dire se coloro che non sono stati accomunati dall’appartenenza alle truppe alpine siano accettati solo come “simpatizzanti”. Stesso accade nell’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia, in quella di Cavalleria, o dei Marinai d’Italia, etc..
Beh, solo l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia fa eccezione. Ospita oramai personaggi che la lotta partigiana mai la fecero, a meno che non sia da essi considerata tale la guerriglia urbana a piazza del Duomo a Milano, del 17 e 18 ottobre appena infaustamente trascorsi. Che neppure sanno che la tendenza comunista e “garibaldina” fosse solo una delle anime del movimento partigiano, e operasse al fianco di formazioni socialiste, democristiane e indipendenti. E ignorano che proprio queste altre anime, progressivamente messe all’angolo e in minoranza, fino all’intimidazione fisica, se ne sono andate, non riconoscendosi in quello ch’era diventata l’ANPI. E sconoscono quindi che rappresentano poco di ciò per cui i loro padri e nonni – quelli che davvero son andati in montagna dal 1943 al 1945 – avevano comunque rischiato la pelle. Perché deve essere chiaro che chiunque sia stato disposto a rischiare la propria vita, va rispettato.
Stavolta, all’insegna del facciabronzismo che più facciabronzismo non si può, gli ANPunitI, neologismo fondente sigla e noto epiteto in romanesco per “facce bronzee”, sono andati a presentarsi dalla Comunità Ebraica di Roma per commemorare il rastrellamento del ghetto di Roma il 16 ottobre 1943. Già, dopo aver armato un casino da pazzi contro la Brigata Ebraica, che la Guerra di Liberazione la fece accanto agli Alleati, espellendola dalle commemorazioni del 25 aprile, e sponsorizzato tutte le iniziative ProPal. E per cosa? Per catturare due voti per la propria formazione d’oppiosuzione di riferimento.
Beh, oggettivamente indecoroso. Da una parte si deve pur stare: non si può pretendere di aver a che fare con una manica di fessi che ti diano il voto, perché oggi li lisci per il verso giusto, se solo ieri gli hai sputato addosso. Magari inventandoti un pre-requisito di ProPal, pure per candidarti alle primarie del “campo largo di Milano”.
Personalmente, in analogia alla formazione per cui son candidato a Milano, ritengo che l’odio per motivi religiosi vada colpito indistintamente dalla religione oggetto di malvagia attenzione. Com’è accaduto di recente in Francia per l’omicidio in danno d’integralista cattolico, ad opera di due musulmani. Non può esserci differenza fra insultare o malmenare un rabbino, un imam, un sacerdote cattolico, etc.. Ma avversando gl’immigrati irregolari – spesso islamici – e i rom, dediti ad attività criminali, non ci penso neppure a presentarmi da loro per tentar d’infinocchiarli con dialettica raffinata, assicurandoli d’essere comunque con loro a botte di “ma” e distinguo sopraffini. Preferisco per coerenza continuare a ribadire che li desidero fuori dai confini nazionali.
In analogia sarebbe meglio si comportasse l’ANPI. Ma, appunto, son così lontani da coloro che pretendono di rappresentare, che neppure sanno chi fossero quei partigiani. E così loro, radicalizzati comunisti, ignorano bellamente cattolici, militari di carriera e socialisti, che la loro parte la fecero. Per non parlare delle truppe del Regio Esercito e degli Alleati che risalirono combattendo la Penisola.
Abbacinati di “Bella Ciao!”, avviluppati da un narrato abbondantemente artefatto e addomesticato alle proprie esigenze propagandistiche, neppure vogliono sapere come sia davvero andata. E quanti – senza abbracciare le loro idee estremiste – ebbero merito nel liberare l’Italia.
Difficile oggi restituire un po’ di verità, dopo decenni in cui la politica ha favorito un racconto che nascondeva l’incomodo, e costruiva il mito. E non dimentichiamo le colpe di chi in passato rappresentava le istituzioni militari. Che per quieto vivere e brama di poltrone, accettò questo mito e si guardò bene dal ricordare chi fossero stati gli altri protagonisti della Liberazione.
Oggi, però, abbiamo l’obbligo di restituire la storia alla sua vera funzione. Se non altro perché reduci da un secolo in cui qualcuno esaltò il mito dell’Italia vittoriosa da sola nella Grande Guerra, illudendo una generazione.
Oggi, col mito della Resistenza monodirezionale, s’è prodotta analoga pericolosa illusione, facendo ritenere giusta anche ogni nefandezza, pure quelle appena verificatesi a Milano, purché etichettate di “Liberazione e “Resistenza”. E dubito che tale tesi possa essere accettata da persone civili e assennate.


