Anno XI 
Martedì 23 Giugno 2026

Scritto da francesco pellati
Politica
19 Luglio 2023

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Caro direttore,

altro che Beatrice Venezi con l’Inno a Roma, a me sembra che il signor Gayral abbia davvero politicizzato la Boheme e che abbia fatto bene Veronesi a bendarsi gli occhi per non guardare i pugni chiusi e le altre invocazioni al “mondo nuovo” che il signor Gayral ha inserito nella sua sceneggiatura.

Come noto, per scrivere il libretto della Boheme Illica e Giacosa si ispirarono al romanzo di Henri Murger del 1851 che da colore romantico e “credibilità” storica alla vicenda. La “ricollocazione” nel 1968 di Gayral è comprensibile ai soli fini del messaggio politico.

Se vi si aggiunge il premio professionale che il clan delle sinistre concede a chiunque condanni la cultura e il sistema occidentale, il cerchio si chiude, e si chiude male.

In una lunga intervista al giornale L’Avvenire, il signor Gayral dichiara:

 “Le vicende della Bohème si inseriscono già in un quadro politico, la rivoluzione del 1830, Les Trois Glorieuses della Francia, e i nostri bohemien sono artisti che mettono in discussione la società in cui vivono. ….. è chiaro il valore di denuncia sociale di una vicenda che mostra classi chiaramente differenti, che non si integrano, poveri artisti, borghesi, venditori ambulanti e operai”.

Nella sua ansia di proporre personaggi “che mettono in discussione la società in cui vivono”, neanche lo ha sfiorato l’idea di ambientare la Boheme in altri contesti tragici, obiettivamente più coerenti con la trama dell’opera di quanto non lo sia il famoso 1968.

Risoltosi in occidente con raduni, proclami, anatemi, chiacchiere, droghe leggere e pesanti, performance sessuali piacevoli, bipartisan e democratiche. Poi tutti a casa.

Neanche lo ha sfiorato l’esigenza artistica di proporre le ben più tragiche storie dei giovani della Primavera di Praga o della rivolta di Ungheria, quelli di Piazza Tien an Men del 1989 o di Hong Kong del 2021, le ragazze afgane o quelle iraniane di quest’anno.

A tutti costoro che “mettono in discussione la società in cui vivono” è andata molto peggio: sono stati uccisi oppure sono nelle prigioni o nei Lao Gai né sono riusciti a eliminare sopraffazioni, divieti, costrizioni perenni cui i superstiti sono tuttora sottoposti.

E infine c’è Lucca: il PD tramite il signor Giannini ha scritto sul tuo giornale una intemerata contro la signora Venezi che “ha politicizzato la piazza” rendendosi colpevole di “uno scivolone etico che andrà a penalizzare l’immagine della città” per aver eseguito l’Inno a Roma senza aver chiesto il permesso al “Cominform” di Lucca.

Il signor Gayral si fa vanto di politicizzare la Boheme, il PD è silente come un paracarro: la cultura di sinistra è fatta così. Il “Cominform” sopravvive alla caduta del muro e al naufragio dell’URSS.

Ha emesso un paio di ukase che valgono per i compagni francesi e per quelli italiani: il direttore d’orchestra Beatrice Venezi rappresenta una minaccia per la democrazia e un pericolo di rigurgiti fascisti. Non perché abbia tessere di partito o partecipi anche solo indirettamente a celebrazioni del passato regime o se ne dichiari anche vagamente nostalgica, bensì perché il suo comportamento e le sue scelte musicali non sono in sintonia con l’ordine del Cominform.

Obbedienti e acritici come sempre i compagni francesi hanno censurato la signora Venezi a Nizza senza neanche sapere il perché, quelli lucchesi hanno fatto altrettanto anche perché bisognava metterci una pezza sul favore con cui “la massa” ha accolto il concerto del direttore Venezi e dunque anche l’Inno a Roma.

Presto fatto: La regia della Boheme affidata al compagno Cristophe Gayral, modesto astro della galassia rossa, sito in Francia ma chiamato in Italia per la bisogna.

Il ripristino della narrazione rossa è assicurato, la damnatio di chi é ritenuto eterodosso consolidata.

Capitolo a margine e tutto da scrivere è la vicenda Veronesi. Una cosa però pare probabile: l’essersi bendato non lo ha aiutato.

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