Anno XI 
Giovedì 10 Settembre 2026

Scritto da giancarlo affatato
Politica
19 Gennaio 2025

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Correva l'anno 1975 ed i mutati equilibri tra le correnti interne alla Democrazia cristiana, il partito allora egemone in Italia, portarono ai vertici della segreteria politica Benigno Zaccagnini. Discepolo di Aldo Moro, medico e partigiano, di indole mite seppe fare sintesi tra i vari contendenti e le “correnti” organizzate interne al partito. Fu scelto per la sua  signorilità, la pacatezza del ragionamento  e forse con lo stesso intento di quando in Vaticano si punta su di un Papa di transizione. La "Balena Bianca" in quei mesi era uscita piuttosto malconcia dalle consultazioni elettorali a vantaggio del principale di opposizione, quello comunista. Erano quelli gli anni della lotta armata ed eversiva da parte delle Brigate Rosse e di altre formazioni extraparlamentari (sia di sinistra che di destra), che avevano insanguinato la nazione e messo in discussione l'ordine sociale indebolendo il potere costituito. Tuttavia la faccia, la vita  e le idee di uomo onesto di Zac, come veniva chiamato allora, rianimò non poco le fila degli iscritti e dei militanti democristiani. Di lì a qualche anno il  leader dello scudocrociato avrebbe dovuto affrontare la tragica vicenda del rapimento e dell'uccisione di Aldo Moro e della sua scorta da parte delle Br. I tempi  burrascosi imposero  di varare una nuova formula politica, quella del “ compromesso storico”  col varo del governo Andreotti che si reggeva anche sulla "non sfiducia" ad un esecutivo  di unità nazionale da parte del Pci di Enrico Berlinguer. Una scelta forzata, presa per fronteggiare l'emergenza democratica e la lotta al terrorismo politico. Ma fu al XIII congresso della Dc che giunse la svolta interna al movimento politico dei cattolici, voluta e proposta dal neo segretario all'assemblea congressuale, per fare uscire il partito dalla morsa asfissiante delle alchimie di potere  gestire col manuale Cencelli e nel contempo svecchiare la classe dirigente del partito. Zaccagnini propose infatti l'immissione entro tutti gli organi di partito, nelle liste elettorali di ogni grado e negli enti collegati, di personalità anche esterne alla Libertas. Gente che poteva apportare nuove competenze e un restyling al partito che era stato  fondato da Alcide De Gasperi. Quella proposta spiazzò un po' tutti i vari capi corrente e la stessa inamovibile nomenclatura che si era sedimentata negli anni di potere ininterrotto della Dc. Il dibattito che ne scaturì vide protagonisti, da una parte i sostenitori del rinnovamento e  degli esterni e dall'altra quelli del mantenimento dello status quo, ossia dei soliti  interni. Fu nella sua relazione finale che Zaccagnini affermò che la lotta nella Dc non era quella tra gli esterni e gli interni, ma tra gli esterni e gli eterni, cioè tra l'ingresso di forze nuove e rigeneratrici all'interno del partito e la vecchia, eterna classe dirigente. Inutile dire che la proposta, alla fine, fu approvata dall'assemblea dello scudocrociato suscitando una vera e propria ondata di entusiasmo. Quella appena narrata è una pagine di storia politica di un grande movimento popolare nel quale si discuteva e ci si affrontava nei congressi democraticamente. Una pagina ormai cancellata dal qualunquismo e dall'anti-politica che ci ha portati, nella seconda repubblica, alle vicende dei partiti odierni, simulacri sbiaditi di quelli democratici e scalabili di un tempo. Se è vero che i corsi e i ricorsi storici ci riportano a circostanze simili se non analoghe, seppure col passare degli anni ed il mutare del contesto, quella storia sembra essersi in qualche modo riproposta oggi sulla previsione normativa che impedirebbe il famoso "terzo mandato" per i sindaci ed i presidenti di Province e Regioni. L'unica differenza consiste nella complicazione, tutta di segno politico, che il divieto al terzo mandato non sempre è stato fatto osservare. Se ne ricava che la norma, opportuna o meno, la si applica in base alle circostanze e quindi rischia di sconfinare nell'odiosissima partigianeria politica. Per la serie: se conviene a quella parte, allora ben venga il terzo mandato; se non conviene, non c'è deroga che tenga. Però la norma esiste ed è vigente. Tuttavia la si deve osservare perché nello Stato di diritto la morale risiede nella legge e questa è uguale per tutti. Sotto questo aspetto, il governatore campano Vincenzo De Luca, in lizza per un eventuale terzo mandato a palazzo Santa Lucia, ha cento volte ragione quando punta il dito sulla "disparità" di applicazione. Di converso, chi si presta a certi giochini ha cento volte torto sul piano etico. Non basta tuttavia questa evidenza a dirimere la faccenda dal momento che esiste pur sempre la politica ed il diritto che questa ha di scegliersi candidati nuovi, non fosse altro per assecondare il principio che, in regime repubblicano, non devono esserci i "regni assoluti", né gli indispensabili e gli inamovibili. La gestione del potere deve essere guardata con le lenti della politica e quest'ultima con quelle del bene comune. Se il potere corrompe, il potere assoluto (oppure perpetuo) corrompe assolutamente (o perpetuamente). Il potere politico ed elettivo si identificano in una persona, non più in un'idea ed in un programma. Se De Luca calca le scene da mezzo secolo, in vari ruoli, lo ha fatto con il beneplacito sia degli elettori sia di chi lo ha proposto, vale a dire il suo partito. Lo "sceriffo" insomma dovrebbe tenere nel debito conto entrambe le cose: non invocare dunque solo la sovrana volontà dell'elettore, ma anche chi quell'opportunità ha concessa e di cui finora ha goduto. Al popolo sovrano non servono sovrani, dinastie, uomini della provvidenza. Servono candidati a volte anche in discontinuità. Servono cioè gli esterni al sistema potere. Mentre le satrapie personali sono solo per gli eterni.

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