Anno XI 
Lunedì 7 Settembre 2026

Scritto da carmelo burgio
Politica
11 Gennaio 2026

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La battuta della PdC Meloni circa “l’anno che verrà”, definendolo ancora più duro dell’appena trascorso, contiene verità sostanziali. Volendo assimilare il futuro che si va delineando per l’Italia a un’immagine sportiva, è come se si stia per lanciare una volata lunga, quelle in leggera salita taglia-gambe. Dove non basta prendere l’assetto per la velocità e far roteare le pedivelle per 2-300 metri, ma ci s’ingobbisce in uno sprint che sembra non dover finire mai, e si spinge sui pedali fidando nel fiato, oltre che nella potenza esplosiva. Vinci, appunto, se hai fiato.
Già a marzo 2026 il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati – anche se c’è ben altro in gioco – darà la misura se lo scatto di sfida lanciato con grande anticipo sarà in grado di garantire un vantaggio tale da poter essere capitalizzato alle prossime politiche. Non è un caso se l’ANM non abbia fatto economie per far pubblicità al “NO”, né in termini di denaro, né di fandonie. Abbiamo già assistito alle frasi farlocche messe in bocca a Falcone e Borsellino, alla negazione di un qualcosa voluto a suo tempo proprio dalla sinistra, al glissare elegantemente sul fatto che tanti paesi democratici dividano i giudicanti dagli inquirenti, e alla riforma del codice penale del 1989, che richiedeva per mera logica un tal provvedimento. 
La cosa più triste è che, per cercare di catturare il consenso popolare, su un tema così importante e richiedente attente analisi, ci si basi su frasi ad effetto e slogan. Come se si voglia rifiutare di portare avanti ragionamenti complessi e maturi, per incapacità dell’uditorio di comprenderli. Ovvio pertanto che se da una parte si chiede se si vogliano “magistrati indipendenti dalla politica”, dall’altra si reagisca proponendo altro tema caro alle folle: “volete che finalmente i magistrati paghino davvero per sentenze e provvedimenti errati?” 
Entrambi i temi, peraltro, non dipendono dal quesito referendario, che intende solo eliminare un unico CSM elettivo, e crearne due estratti a sorte. E beninteso inibire a un magistrato di passare dall’uno all’altro ramo dell’ordine, che poi resta evento episodico.
Ove dovesse perdere il “NO” – e per questo l’ANM ci dà dentro di brutto con i maxi-schermi pubblicitari – c’è da attendersi altra vittoria alle politiche del 2027 dell’attuale maggioranza. E subito dopo magari altra stangata alla categoria, nella direzione dell’aumento della percentuale di possibilità che un magistrato risponda del suo operato. Mi limito ad osservare che “Report”, e Milena Gabanelli, hanno spiegato che l’effettivo rischio di sanzioni per un magistrato sia ipotesi sostanzialmente residuale. Grazie al sistema delle correnti e al controllo che queste possono praticare sul CSM.
L’argomento vede il pubblico assai sensibile. Se ai tempi di “Tangentopoli” la magistratura appariva come l’unico potere salvifico, in grado di ripulire l’Italia dalla politica corrotta – perché in quegli anni la politica toccò il fondo dell’applausometro – successivamente, fra errori effettivi e abile manipolazione di alcuni episodi, la stessa magistratura ha perduto consenso. Lo stesso insistente ripetersi di trasmissioni che trattano di Garlasco, Erba, extra-comunitari omicidi “che non avrebbero dovuto essere in Italia”, sottende questo messaggio. Qualcuno potrebbe aver sbagliato la sentenza, o la direzione dell’indagine, o sospeso l’espulsione che un solerte Questore aveva irrogato.  
E l’attacco più semplice che potesse essere mosso alla categoria era proprio l’abuso della più che necessaria indipendenza, attraverso la concreta impunibilità.
Per questo ho la sensazione che la magistratura, a buttarla in slogan, finisca per perderci. Oltre che a rendere un pessimo servizio anche a quella parte politica di riferimento, che potrebbe trascinare nella sconfitta. Ricordiamo che a sinistra non è scontato l’appoggio al “NO”, e più di qualche esponente ha già manifestato di concordare con la modifica costituzionale. Come anche più di un magistrato.
Cosa accadrebbe invece in caso di sconfitta del “SI”? Provo a immaginare, sia chiaro.
I partiti di governo si compatterebbero, atteso che sulla separazione delle carriere (e altro, beninteso, da far digerire alla magistratura) sono sostanzialmente uniti. Le divergenze son su altri temi. Sarebbe del resto l’unica tattica che permetterebbe loro di affrontare con possibilità di successo il traguardo finale di tappa. 
Anticipo la mia, del resto già manifestata. Qualcosa serve per mettere un freno alle correnti della magistratura, e per migliorare il modo in cui vengono “arruolati” i suoi esponenti. Sia avendo riguardo all’indipendenza da radicalismi politici e dai partiti in genere, sia per certificarne l’equilibrio mentale, come accade ad altre categorie di servitori dello Stato.
Infine, in un sistema come quello italiano che prevede una Corte Costituzionale, deve essere a essa riservato tassativamente la risoluzione del sindacato di costituzionalità. Il singolo magistrato dovrebbe avere il dovere di chiamarla in causa nei casi in cui lo ritenga giusto, evitando di disapplicare le leggi dello Stato. Che possono non piacergli, ma è retribuito per applicare.

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