La storia dello statalismo è piena di emerite scemenze. L’idolatria verso i servizi statali e la gestione pubblica dei mezzi di produzione mantengono il proprio fascino. E tuttavia il pregiudizio ideologico verso il privato e il libero mercato, l’illusione che lo Stato possa gestire al meglio un servizio destinato ai cittadini resta immarcescibile. Che in tal caso, mancando il profitto ricavato da un privato, tutto sarebbe migliore, sono concetti ancora radicati nell’opinione pubblica. Il comune cittadino è convinto che la gestione statale-pubblica del servizio o dell’azienda che lo fornisce possa garantire due vantaggi: uno legato al minore costo del servizio stesso e l’altro legato al fatto che lo Stato persegua e sia depositario una superiore etica dei fini. Insomma operi con fare equo e solidale, moralmente ineccepibile. Insomma, quando si elimina la concorrenza tra competitori, creando un monopolio statale, si fissano i prezzi per legge, non attraverso la regola della domanda e dell’offerta dei beni, entro quell’ordine spontaneo che concilia gli interessi del venditore e degli acquirenti, le cose andrebbero a vantaggio del consumatore oppure dell’utente. Una fatale presunzione, mai realizzatasi senza che lo Stato in seguito si sia dovuto accollare i debiti di gestione, ovviamente utilizzando i soldi del contribuente, ossia usciti anche dalle tasche del presunto cittadino beneficiato dalla gestione pubblica. Una casistica questa ripetutasi migliaia di volte in tutti gli ambiti delle attività economiche, che ha confermato come a guadagnarci sia solo la politica politicante, quella che trova la propria rendita elettorale nella gestione clientelare e nei soldi sperperati delle imprese pubbliche. E così sarebbe, ancora una volta, se lo Stato ritornasse sui suoi passi nel campo dell’energia, riappropriandosi, ad esempio, degli stabilimenti di trasformazione e raffinazione dei prodotti petroliferi, oppure investendo in altri impianti della stessa tipologia: impianti venduti oramai a privati oppure smantellati in nome della furia ideologica degli ambientalisti e degli intransigenti fautori della cosiddetta energia “green”. Non è un caso che di tutto si stia parlando sul caro carburante e non del fatto che il primo tipo di risparmio dovrebbe venire dalla riduzione dei consumi che, invece, in piena crisi, sono aumentati del cinque per cento. Insomma, il messaggio è questo : calino i prezzi perché dobbiamo continuare a consumare come ci pare e piace. Un esempio di statalismo, piuttosto bizzarro, ma molto eloquente, viene dalla risposta che il sindaco di Valle Castellana, ottocento residenti, in provincia di Taranto, ha dato per arginare il caro carburante. Il primo cittadino ha rilevato in nome e per conto del Comune l’unica stazione di servizio esistente. L’intenzione è duplice: scongiurarne la chiusura e distribuire ai residenti carburante scontato del margine di guadagno spettante al proprietario del distributore. L’amministrazione comunale si é accollata sia il costo dell’acquisto sia i costi per la gestione dell’impianto, di modo che i residenti possano fare il pieno a un prezzo tra i 10 e i 20 centesimi inferiore rispetto a quello del mercato. Successivamente sono emersi altri casi analoghi, in varie regioni, e già si propone di estendere ovunque quel modello. Non c’è dubbio che gli automobilisti residenti in quel paesello, una volta intervistati, si siano dichiarati entusiasti, nella logica tipicamente italiana secondo cui ciascuna realtà territoriale ragiona in base al proprio interesse personale, trascurando, al solito, le ricadute generali. Come sempre, però, le cose sono più complesse e contraddittorie di quelle che sembrano. Se tutti i Comuni comprassero le stazioni di servizio, ciò non farebbe svanire il problema: la differenza di prezzo non svanisce nel nulla, si trasferisce dalla pompa di benzina ai bilanci municipali. A pagare, alla fine, i costi non saranno solo taluni in quanto automobilisti, bensì tutti i residenti, attraverso le imposte comunali. Poco male, pensa l’italiano medio: basta che io risparmi e il resto vada pure in malora; anzi, se lo accolli chi paga le tasse che serviranno a ripianare il debito. Nel lungo termine, le cose diventano ancor più sperequate, in ragione del fatto che la popolazione diminuisce, e con essa il numero degli automobilisti e gli incassi del distributore, mentre il ripiano del debito resta tal quale ed a carico di tutti. È noto, peraltro, che le persone tendono a trasferirsi dalle “aree interne” a quelle urbane e che il naturale turnover dei veicoli circolanti vede entrare sul mercato macchine alimentate da altre fonti di energia (gpl, elettrico), sfruttando peraltro gli incentivi statali. È proprio per questo che l’impianto di Valle Castellana rischiava la chiusura! Tutto ciò senza neppure considerare il fatto che gli attuali rincari non dipendono dall’esosità dei benzinai né dalla cattiveria dei petrolieri, ma da una situazione geopolitica che è sotto gli occhi di tutti, ossia la chiusura dello Stretto di Hormuz. I prezzi quindi non possono non aumentare perché è il mondo, con le sue guerre, a determinare i rincari, non il Governo! Forse contribuisce la gente stessa che incrementa i consumi, ossia la domanda dalla quale dipendono i prezzi. Ma per gli abitanti del Belpaese, egoisti e disinformati, che si tratti dei debiti che contrae il Governo, accumulandoli per gli sconti praticati da mesi in Italia, oppure provenienti dal monopolio statale di una grande azienda, dal deficitario Sistema sanitario nazionale, fino alla piccola pompa di benzina pugliese, nulla cambia. L’italico grido resta: "Paghi Pantalone!".



