Un'altra Regione ha approvato la legge che disciplina modalità e procedure per consentire ai malati terminali, o comunque a chi ne faccia richiesta (nelle condizioni previste dalla norma), di poter usufruire dell’assistenza sanitaria al suicidio medicalmente assistito. Si tratta di procedure medico-legali attraverso le quali si pone termine alla vita con l’utilizzo di farmaci, in soggetti consapevoli e consenzienti che si trovino nelle condizioni previste. Non è una novità assoluta già le Regioni “rosse” Emilia Romagna e Toscana vi avevano già provveduto, ora tocca al cattolicissimo Veneto. L’argomento è spinoso e fortemente divisivo e, come tale, è stato poco trattato dal legislatore nazionale, che teme di contrariarsi una larga fascia di elettori, contrari a tale pratica, richiesta da coloro che sono affetti da una patologia terminale, in condizioni di non trovare più altra risoluzione, in uno stato spesso doloroso e drammaticamente irrisolvibile. Al contrario, non mancano coloro che sono fermamente contrari a tale possibilità di scelta per convincimenti di carattere etico, morale o religioso. In generale, le due posizioni rispetto all’eutanasia, ossia la “buona morte”, sono inconciliabili: in un caso oppure nell’altro, sul piano pratico ragioni e torti si mescolano, ed è sempre difficile potersi calare in una decisione strettamente legata alla persona e alle proprie tragiche esigenze. Comunque sia, il principio liberale è quello di assentire l’esercizio dei diritti legati alla persona, anche perché chi non desidera esercitarli non può privare gli altri della possibilità di farlo. Insomma, il vecchio adagio che recita "la libertà del mio pugno finisce laddove comincia la libertà del suo naso", intendendo che l’esercizio di un diritto, per chi lo desidera, è lecito fin quando non crei danni all’identica libertà di coloro che non ritengono di usufruirne. Come per la pratica abortiva, diritto che alcune coppie, con la donna come soggetto dominus, esercitano ormai senza freni, non danneggiano gli obiettori di quella pratica, ossia i contrari a praticarla. Sembra tutto logico e tutto opportuno, salvo il fatto particolare che aborto ed eutanasia non sono semplici esercizi di un diritto, uno dei tanti. Le due fattispecie rappresentano la soppressione di una vita umana, ossia del sommo bene sia per i laici che per i credenti. Che sia soppressa una vita dopo poche settimane dal concepimento, oppure a poche settimane dal suo termine naturale, la decisione coinvolge sia lo Stato che l’intera società. Porta lo Stato a contraddire se stesso, ossia ad assentire una pratica che elimini una vita, che dovrebbe, invece, essere tutelata , protetta e curata. Se sul primo di tutti i diritti da garantire, quello alla vita, lo Stato opera legiferando in senso diametralmente contrario, siamo alla confutazione del ruolo e della sua funzione ontologica e deontologica. Se cade quel principio di base si passano le colonne d’Ercole di un futuro ignoto e pericoloso, un inizio non una fine, si varca il confine tra lecito e illecito cade, lo Stato non serve più lo scopo per il quale è nato. La cosa interessa quindi la società nel suo insieme perché pone un interrogativo esistenziale, tutto laico e politico, al quale qualcuno dovrebbe pur dare una risposta. Ci sarebbe un’ulteriore considerazione che vale per i credenti siano essi cattolici, "atei devoti" che seguono il Papa (quando loro conviene politicamente), e tutte le altre confessioni religiose non cristiane, che parimenti osservano precetti contrari alla soppressione della vita: lo Stato dovrebbe tenere in conto anche del loro idem sentire. Insomma, per quanto non conciliabile con il politicamente corretto, la pseudo-emancipazione modernizzante di taluni modi di pensare, di nuovi valori, ritengo che l’aborto sia e resti un omicidio legalizzato e l’eutanasia una forma estrema di religione dedita non alla vita ma alla morte, che per quanto buona resta sempre tale. La verità sottaciuta è semplice e amara: viviamo in una società che insegue la libertà senza responsabilità, che declina diritti e pretese che affondano nell’egoismo personale, nella idea che la vita debba essere quella che noi desideriamo a prescindere da ogni altra cosa. Che occorra cancellare la paura, esorcizzare la malattia e la morte, condizioni contrarie al modello di eterna felicità che la società dei consumi ci propone e con la quale ci condiziona. Insomma, che non esista più la fine naturale della vita,la tragica tappa terminale di un esistenza ormai raccontata e creduta dalla gente come obbligatoriamente prospera, lunga e felice, deprivata di ogni dolore e di ogni difficoltà. Quando tale tipologia di esistenza non è più garantita, l’uomo moderno adora il “ vitello d’oro” della scienza e della tecnologia rinnega sia la natura (se laico), sia che Dio (se credente). Se la vita non assicura una guarigione, meglio porvi termine. Eppure, le terapie antalgiche e la sedazione nei malati terminali oggi assicurano trapassi decorosi e dignitosi. Per le malattie invalidanti e degenerative, non si capisce perché si debbano sopprimere tali tipologie di malati dopo averli curati e assistiti per decenni. Ideologie, etiche traballanti e farlocche dei fautori dell’eutanasia a parte, siamo innanzi al delirio dell’Uomo che si crede Dio oppure e se laico e non credente di aver titolo a fare l’uso che vuole della propria vita, utilizzare i mezzi di cui dispone, senza remore di alcun tipo detico e senza fare i conti né con se stesso né con tutti gli altri.



