I battibecchi sull'argomento che si ascoltano nei talk-show e nelle disfide parlamentari sono in linea generale del seguente tenore:
- i migranti che sbarcano clandestinamente da noi fuggono condizioni insopportabili di vita e sperano di trovarne migliori (al 90% balle!) quindi dobbiamo accoglierli.
- Anche se fuggono condizioni di vita pessime non possiamo accettarli tutti, ma dobbiamo aiutarli a casa loro (iniziativa che servirebbe solo a creare un fiume di soldi il 90% dei quali finirebbe in progetti oziosi).
NO! Non dobbiamo accoglierli tutti! Non ne abbiamo la capacità volumetrica, logistica e antropologica e conseguentemente non ne abbiamo il dovere a meno di sottoporre il nostro paese a crescenti sacrifici a spese dei nostri più deboli e ad un rischio di sostituzione identitaria.
ANZI! Abbiamo il dovere di difenderci da un flusso di migratori delinquenziali che puzza lontano un miglio di «wolkervanderung» e preconizza quello che da sempre ha rappresentato la wolkervanderung: saccheggi (che per ora si esplicitano con un incremento della microcriminalità) e disordine sociale, fattori connaturati con una lenta invasione di gente senza arte né parte che vuol solo incistarsi per suggere dal nostro sistema sociale (come, mutatis mutandis, era lo «ospitaticum» che i barbari pretendevano da Roma).
Ma, attenzione, c'é un fattore tralasciato perché non rientra nel filone delle analisi a sfondo prevalentemente marxista e che é determinante per capire cosa spinge quei giovani che tanto disperati non sono, a intraprendere la carriera del migratore delinquenziale: la volontà di assicurarsi un futuro migliore si coniuga con il risentimento verso il cattivo colonialista che a suo tempo é pure stato crociato (sentimento che permette al migratore delinquenziale di giustificarsi e autoassolversi), sia con la fregola sessuale per un mondo in cui le donne sono considerate disponibili e gli uomini dei quaquaraquà per l'assenza di una religione purificatrice come la loro... quella islamica.
Nell'auditum di quei giovani vi é la certezza che spetti loro l'accoglienza senza se e senza ma in forza dei nostri passati delitti che la nostra civiltà avrebbe commesso nei confronti della loro. Stiamo attenti a come ci rapportiamo con quelle popolazioni che nella loro peggiore rappresentazione giungono da noi alla spicciolata.
Il nostro continuo bidet che facciamo alla nostra coscienza per le crociate, lo schiavismo, il colonialismo, etc., e che perpetuiamo in dosi massicce quanto mendaci ormai da due generazioni, non fa altro che metterci in mora nei loro confronti e sfrucugliare un loro un revanscismo nei confronti nostri.
Inoltre, cosa aspettiamo a fare il parallelo tra la loro propensione ai reati di stupro e il loro convincimento che le donne della nostra civiltà siano disponibili per carenza di quella morigeratezza reclamata dall'Islam?
Rendiamoci inoltre conto che non é la riconoscente umiltà che accompagna quelli che noi accogliamo con generosità ritenendoli reietti ma é l'attributo del malaffare: l'arrogante pretesa.
Sic stantibus rebus, ci corre l'obbligo di togliere agli aspiranti migratori delinquenziali la speranza di poter giungere nel paese del bengodi mettendoli davanti a una certezza: NON SI PASSA.
L'accoglienza non é un obbligo di legge, é una prescrizione morale strettamente legata alla propria personale disponibilità che nessuno ha il diritto di sindacare perché sottende una oggettiva verità collegata a fattori individuali, di contro, checché ne vada cianciando una vulgata più ideologica che umanitaria, di verità nei flussi migratori delinquenziali ce ne é ben poca e quel che emerge é un malcelato tentativo di realizzare un cambiamento degli equilibrii etnici fissati dalla storia e che in forza del numero dei migratori delinquenziali di fede musulmana, fa ipotizzare una sorta di scalata «OPA » alla religione tradizionale d'Italia, il cristianesimo.
Non si dia credito ai pifferai che insistono sulla facilità della integrazione; mi rifaccio a una dichiarazione rilasciata agli inizi degli anni '90 dall'all'ora Re marocchino Hassan II a una giornalista francese che gli chiedeva cosa pensasse dei marocchini di seconda generazione che vivevano in Francia; la risposta del sovrano fù lapidaria: «non saranno mai dei buoni cittadini francesi» e ha continuato dicendo, più o meno, che « conosco bene il mio popolo e posso garantire che non cesseranno mai di sentirsi marocchini, d'altro canto, io non vedo perché un marocchino, figlio di genitori marocchini, debba mettersi sull'attenti davanti a una bandiera che non é la sua».
Una dichiarazione che, alla luce di quel che sta accadendo in Francia ma anche in Italia e nel resto d'Europa, é stata profetica e adesso non possiamo non certificarne la realtà.
Fin qui, un'analisi basata su dati di fatto immediatamente tangibili perché frutto di visione diretta del fenomeno (consistenza, frequenza, prezzi, età, luoghi, etnie, etc.) ma, rendiamoci conto che altrettanto tangibile é una evidente sintomatologia da condizione (tenuta in sordina) di guerra, innescara dall'immigrazione delinquenziale e che si manifesta con:
- crescente ammassamento di giovani individui di sesso maschile;
- Incremento di episodi violenti, individuali, di gruppo, generazionali, e di etnia:
- Crescente sentimento di insicurezza ormai trasformatosi in paura da parte della popolazione autocrona (noi);
- Informazione alterata (sottostima del fenomeno e goffi tentativi di mascheramento come quello di cassare dall'informazione la nazionalità di chi ha commesso un reto);
- Incremento delle malttie;
- Scommenso sociale ed economico;
- Alterazione del diritto.
Altri elementi, prevalentemente di carattere antropologico (cultura lgbt, maltusianesimo, abbattimento del senso identitario, etc.) stanno lavorando sotto traccia e fanno sospettare che il fenomeno immigrazionista sia lo strumento per farci pian piano cessare di essere quel che siamo: italiani.
E io, da quell'emigrante che ero, non voglio essere diverso da quell'italiano che i miei genitori, migranti, hanno messo al mondo: un italiano.