Andare a votare per il “si”, domenica 22 e lunedì 23 marzo, per difendere la nostra democrazia dal potere della magistratura senza in alcun modo, come affermano i sostenitori del “no”, consegnare e sottomettere la giustizia alla politica. E’ quanto affermato con forza dal senatore Marcello Pera al termine dell’incontro dal titolo “Le Ragioni del sì”, che si è tenuto giovedì 12 marzo a Villa Bottini ed a cui hanno preso parte anche Federico Bini, coordinatore del Comitato “Sìsepara” di Lucca e Raimondo Cubeddu, professore ordinario di Filosofia Politica al Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere dell'Università di Pisa.
“Riflettendo su quale termine utilizzare per introdurre Marcello Pera e Raimondo Cubeddu – ha esordito Federico Bini – quello più significativo e familiare per me, è stato “liberale”. Marcello Pera e Raimondo Cubeddu sono due grandi liberali che hanno navigato la vita nelle antologie del liberalismo italiano ed europeo alla ricerca di una verità, quella metapolitica, che è sempre desinata a tardare, come il marinaio che vede l’orizzonte avvicinarsi ma che, in realtà, resta sempre lontano”. Marcello Pera e Raimondo Cubeddu hanno prestato infatti la loro vita all’analisi ed alla scoperta di una società, soprattutto quella italiana, democratica e di massa, spesso bloccata dal sistema costituzionale ma anche economico, e dai due grandi clericalismi, comunismo e cattolicesimo, che hanno emarginato ed imbrigliato la forza del liberalismo rappresentato in sala dai due eminenti professori.
“L’articolo 111 della Costituzione che richiama alla separazione delle carriere ed al giusto processo – ha concluso Bini – non fa riferimento alla destra o alla sinistra, ma richiama i concetti di umanità e di civiltà di una moderna democrazia liberale. La giustizia, ed il potere giudiziario, è uno dei tre cardini dello stato liberale ed allora votare “sì” o “no” a questo referendum non è un voto pro o contro il governo attuale ma è votare pro o contro un’idea di Italia liberale, civile, democratica ed egualitaria”. E’ stata poi la volta del professor Cubeddu che ha tenuto a sottolineare l’importanza della “battaglia” referendaria, con un valore ed un importanza che va al di là di quello che è la posta in gioco, ovvero una semplice riforma di una parte dell’ordinamento giudiziario, banale perché scontata e che consentiva di allineare l’Italia all’Europa e di porre rimedio all’improvvida decisione, di marca fascista, di unificare le carriere dei magistrati.
“Unificare le carriere – ha spiegato Cubeddu – significa ledere e diminuire i diritti dei cittadini. Il 70 per cento delle indagini preliminari, ad oggi, finiscono nel nulla con grave danno per gli imputati, spesso risarciti con poche migliaia di euro. Questo è un problema legato al funzionamento della nostra giustizia e che crea nel cittadino l’incubo di finire nelle mani di magistrati che hanno visioni politiche, per così dire, particolari”. Il problema è che in Italia si assiste quotidianamente al fronteggiarsi di due fonti normative diverse, quella della politica che forma le leggi col sistema legislativo e quella dei magistrati, o della magistratura e dei giuristi in generale, che smontano le leggi che sono state varate regolarmente, sulla base di quella che è la loro interpretazione del diritto. “Il dramma della nostra vita politica – ha poi concluso Cubeddu – è che, di questa interpretazione del diritto, il ceto dei giuristi si ritiene l’unico ed autentico interprete”.
Un referendum che ha come prerogativa quella di migliorare il sistema giudiziario italiano, separando le carriere della magistratura giudicante da quella inquirente, senza ledere le rispettive prerogative ed autonomie, si è trasformato in un referendum sul governo e, dalle critiche sulla riforma costituzionale da parte dei sostenitori del “no”, emerge la pretesa, da parte dei magistrati, di avere il monopolio sull’interpretazione della legge, senza essere responsabile degli esiti delle proprie azioni. Il senatore Pera, che fu uno degli artefici della modifica dell’articolo 111 della costituzione nel 1999, alla fine del suo intervento, in cui ha sapientemente argomentato le criticità dell’attuale sistema giudiziario, ha esortato tutti i presenti e non solo a recarsi alle urne per modificare un sistema giudiziario da lui ritenuto incongruo rispetto al dettato della Costituzione e per non autorizzare il trasferimento dei poteri dalla democrazia ad una corporazione.
“Pensate quanto è miope la sinistra – ha fatto notare Pera. Benché abbia nella sua storia elementi di garanzia e di libertà, ivi compreso quell’articolo 111 fatto da me assieme alla loro ed approvato senza referendum e la stessa separazione delle carriere, per combattere il Governo oggi dice “no”. Ma la miopia consiste nel fatto che il giorno in cui dovessero vincere, non avrebbe vinto la Elly Schlein bensì l’Associazione Magistrati, il sindacato unico che oggi potrebbe combattere questo governo così come il prossimo, che potrebbe essere il loro. La sostanza vera del quesito referendario è quindi chi comanda in democrazia e questo loro non sembra che l’abbiano capito”. Pera ha poi fatto notare l’assenza in sala di esponenti favorevoli al “no” ed ha così concluso.
“Non sono certo amareggiato per la loro assenza ma ciò dimostra che non hanno capito che cosa c’è in gioco il prossimo 22 e 23 marzo, ossia la democrazia”. Ed è certo che l’esito del referendum metterà in gioco gli equilibri democratici e la sovranità esercitata dai rappresentanti del popolo e nel nome del popolo e poi sottoposti al loro giudizio mediante elezioni politiche e non legato all’esito di un referendum. Vale la pena ricordare che tra i punti principali della riforma ci sono la separazione delle carriere dei magistrati, la nuova struttura del CSM, la selezione dei membri e l’istituzione di un nuovo organismo e cioè l’Alta Corte Disciplinare, con l’introduzione dell’estrazione a sorte per garantire il massimo dell’imparzialità ed evitare il problema ed il ruolo delle cosiddette “correnti”, per favorire il merito ed aumentare la trasparenza dell’autogoverno.



