Le elezioni nel land della Sassonia-Anhalt hanno dato un segnale chiaro, il cui livello di capacità di preoccupare dipende dall’ideologia di chi osserva i risultati. Alternative for Deutshland, o AfD, sembra aver conseguito una vittoria significativa, che non può dirsi schiacciante solo perché dandosi un bel pizzico sullo stomaco e turandosi il naso, nello stile già noto ai francesi ogni qual volta c’è stato da sbarrare la strada a Le Pen padre e Le Pen figlia, può essere messa in piedi una coalizione eterogenea e rissosa e far finta di niente. Già, fino alla prossima volta, perché alle successive elezioni amministrative di land, e a quelle nazionali, AfD può emergere con ancor maggiore prepotenza. E dare un calcio ben assestato ai diritti della popolazione gay, prima che ci pensino i barbuti Imam e la loro sharia.
In sintesi, gli epigoni teutonici dell’onorevole Zan devono forse solo capire chi li discriminerà. E magari invidieranno proprio Zan, cui né la PdC Meloni, né Vannacci, hanno dichiaratamente ed esplicitamente minacciato l’internamento nei lager, con annessi triangoli neri o rosa sugli indumenti.
La cosa seria, ad ogni modo, è che dopo l’Ungheria, dove la sinistra proprio è assente, anche la Grande Germania sta virando a destra. Intanto la Francia di Macron traballa, e sarà necessario capire se il muro variegato anti-Le Pen funzionerà pure stavolta.
L’Europa sembra volersi affidare a governi intenzionati a ridurre le presenze extracomunitarie, o almeno a non incentivare l’afflusso di tanti onerosi migranti, attirati da sussidi e pensioni facili per congiunti da ricongiungere.
E in questo momento favorevole, in cui il governo italico non sembra più solo contro tutti, in primis la Francia che voleva sottoporci a tutela speciale, la destra rischia di spappolarsi. Fra falsi fantasmi di estremismo fascista, e reale lotta per il potere spicciolo. Perché il problema è tutto lì, atteso che FN propugna molte soluzioni sovrapponibili ai programmi di FdI e Lega di 4 anni fa, e – in buona parte – di oggi.
La PdC è preoccupata di poter perdere la leadership della coalizione, o di essere abbandonata da FI.
Questa formazione è in attesa di ordini da Mediaset, se andare o meno all’ammucchiata con il “campo largo”. Nel qual caso lascerà un pezzo a destra, conterà probabilmente di meno in termini percentuali a sinistra, e si consegnerà al cannibale Conte o si dovrà mescolare con renziani e calendiani.
La Lega sta meglio di tutti, nel senso che dovendo lottare per sopravvivere, e condividendo molte idee di FdI e dei Vannacci-Boys, già sta saggiamente abbassando i toni all’indirizzo di FN. A parte quelli su chi scrive, ma prendiamola a ridere ch’è meglio.
Invece il campo largo è già contento di vincere, occupare a sua volta gli scranni, e decidere poi cosa farne una volta sistematosi al governo. Alla peggio troverà un PdR che prolungherà l’agonia dell’esecutivo, con il Super(?)Mario di turno non eletto. Che metterà altre tasse e lascerà sul campo un po’ d’esodati, sbagliando i conti sull’incidenza reale del fenomeno. Tanto basta piangerci e singhiozzarci su. O ci taglia l’aria condizionata.
E in questo caso, povera Italia.
Questo è il gioco che sta svolgendosi, e queste le responsabilità dell’attuale PdC.
Privilegiare l’interesse di partito e quello personale e lasciare FN alla porta? Fattibile, ma equivale a perdere di sicuro. Compreso il sogno di essere la prima donna al Quirinale. Anzi, il sogno che la Prima Donna al Quirinale provenga dal partito considerato erede del MSI e, pertanto del “PNF” di Salò. Ovvero di soddisfare anche un’esigenza personale, a ben vedere.
Ma le loro responsabilità le hanno anche Tajani e Lupi, per piccino che lui sia. Seguire le disposizioni di Mediaset, e trovarsi con i partiti a pezzi? Gregari d’infimo ordine in coalizione ove PD e M5S la fanno percentualmente da padroni? Destinati a andare alle macchinette in fondo al corridoio, per prendere il caffè da portare a chi comanderà davvero.
E tutto questo per cosa? Per continuare a prendere in giro parte degl’Italiani su un partito fascista che doveva rinascere con Berlusconi, poi con Salvini, poi con Meloni, e ora con Vannacci? Quando nessuno di questi ha ideologhi e mezzi per riuscire nell’impresa. E neppure lo vuole, considerati gli obblighi e gli equilibri internazionali, e il proprio reiterato riferimento alla libertà d’espressione.
O tutto questo ha motivo assai più semplice? Circoscritto al bisogno di tener lontana dalla stanza dei bottoni una nuova formazione, che naturalmente reclamerebbe, facendo parte di coalizione, la sua quota-parte di incarichi?
Solo così si spiega l’ultimo coniglio estratto dal cilindro nella telenovela della legge elettorale, il ballottaggio. Senza immaginare che imperscrutabili meccanismi potrebbero pure provocare l’effetto opposto a quello sperato.



