Anno XI 
Sabato 26 Settembre 2026

Scritto da Giancarlo Affatato
Politica
26 Settembre 2026

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È sempre cosa ardua, in questo benedetto Paese, riformare l’esistente. Quasi tutti si lamentano di tutto, salvo poi lamentarsi, anche senza conoscere le cose, di qualunque tentativo di cambiare quelle che non vanno. Non c’è modo alcuno di discutere per riformare senza che scoppi la polemica acrimoniosa e non sorgano, come d’incanto, le opposte tifoserie, perlopiù composte da semplici orecchianti, se non da gente che si orienta per stereotipi e pregiudizi politici, in un senso oppure in un altro. Appartengono a questa categoria di sprovveduti sia quelli che propongono critiche sia quelli che plaudono alle iniziative intraprese dal Governo per partito preso: per un’innata idiosincrasia, un moto di repulsione nel caso dei contrari e di supina accondiscendenza in quello dei favorevoli. Niente di nuovo sotto il sole del Belpaese, che si trova a mal partito, quali che siano gli ambiti di intervento e la tipologia di argomento. Refrattari ed ostinati appartengono alla categoria dei “benealtristi”, quelli secondo cui c’è sempre ben altro a cui pensare e altro modo di provvedere. Peggio ancora quelli contrari a tutto, sempre e comunque, contro chiunque. Se ne dovrebbe dedurre che la massima “amministrare gli italiani non è difficile, ma è inutile” conserva tutta la sua attualità. Ma ci sono argomenti ancora più divisivi di altri, come la Sanità, la Giustizia e la Scuola, sui quali il caleidoscopio di proposte divergenti è enorme e non ci si raccapezza, né si riesce agevolmente a separare il vero dal verosimile, la menzogna dal falso. Eppure sono argomenti sensibili e di vastissimo interesse per il corpo sociale, meritevoli di un confronto politico e parlamentare impostato alla ricerca di elementi di verità, per raggiungere una sintesi virtuosa. Macché! Nulla viene risparmiato, compreso il mendacio consapevole, la polemica supponente, la reciprocità delle accuse e finanche il trovare pretesti rovistando nella pattumiera della maldicenza. Insomma, tutto quello che aizza gli odi e polarizza l’opinione pubblica, soprattutto quella che si forma attraverso il fiume carsico dei social, ma che non legge un libro in vita sua, oppure un giornale, per tenersi al passo con i tempi e avere una minima conoscenza delle cose. Sia come sia, l’ennesimo pollaio si sviluppa intorno ad un provvedimento di secondaria importanza nella gerarchia delle fonti giuridiche: quello di una circolare ministeriale, varata nel lontano 2010 dal ministro Gelmini, ai tempi del governo Berlusconi, ma largamente disattesa in una nazione ove la profusione di norme è pari alla non applicazione delle medesime. Insomma, le grida che numerose si affastellano nello studio dell’Azzeccagarbugli di manzoniana memoria. La circolare che oggi viene rilanciata, per meglio dire riesumata, stabilisce che la composizione delle classi deve rispettare il limite del 30% degli scolari che non conoscono la lingua italiana e che spesso parlano l’idioma della loro terra d’origine. La norma non riguarda coloro che parlano e comprendono l'italiano, ossia i migranti di prima o seconda generazione. Il provvedimento, lungi dall’essere concepito come esclusivo e ghettizzante, ha come ratio di fondo quella di consentire al docente di poter insegnare la nostra lingua a chi non la conosce, agli scolari di seguire le lezioni assistiti dal docente e ai medesimi alunni di poter socializzare tra di loro. Insomma, ci si preoccupa di mettere i prof nelle condizioni di insegnare la materia e gli studenti di essere seguiti. Un esempio viene da alcuni dati più che eloquenti: in molte scuole del Nord la percentuale di stranieri che le compongono raggiunge livelli altissimi; in una scuola di Bergamo, su 35 alunni, 20 erano di lingua straniera. Su 300.000 classi, la circolare riguarderà non oltre 1.000 scolaresche; la percentuale prevista dalla norma in questione viene superata in meno dell’8% delle classi miste. Ancor più chiara è la parte della disposizione che riguarda cosa succede in caso di esubero. L’alunno viene trasferito in un’altra classe e, laddove questo non fosse possibile, in una scuola di pari grado, la più adiacente a quella scelta dai genitori. Insomma, provvedimenti che soccorrono gli alunni che non parlano ancora italiano non li emarginano e non li discriminano. A completamento, il provvedimento impedisce l’accesso agli alunni con il volto coperto da burqa e niqab, consentendo il semplice velo copricapo. La qual cosa non dovrebbe essere sindacata come negativa perché stabilisce, tra l’altro, la parità uomo-donna. Come enucleare polemiche e menzogne da siffatta circolare non trova né motivo politico né logico; trova invece fondamento e origine nella barbarie in cui è precipitata la politica lungo lo Stivale, e lungo il quale tante, troppe appaiono le menti più miserrime e le intelligenze più sterili.

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