Anno XI 
Venerdì 11 Settembre 2026

Scritto da carmelo burgio
Politica
20 Ottobre 2024

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Leggendo la notizia mi è venuta in mentre questa vecchia canzone partigiana composta da Nuto Revelli, ufficiale degli alpini pluridecorato in Russia, comandante partigiano, scrittore. Riprendeva un vecchio modo di dire degli alpini nel descrivere la crudezza della guerra in alta montagna, quando nel nemico ci s’imbatteva a distanza ravvicinata, e non v’era spazio per considerazioni umanitarie, e la vita di uno doveva significare l’uccisione dell’altro.
A questo ho pensato leggendo dell’uccisione del capo militare di Hamas, Yahya Sinwar, cui Israele l’aveva giurata. È morta la pietà per il nemico, che è solo animale da braccare e stanare e abbattere, da “terminare”. Prigionieri non se ne fanno.
Ma la mia non è una critica, e la riduco a semplice constatazione, non ritenendo d’avere il diritto di giudicare se sia giusto ed etico, cercare, braccare e abbattere l’avversario senza minimamente pensare alla possibilità di catturarlo.
E credo che chi ritenga di dover biasimare l’avversario, in questo caso Israele, che non concede quartiere e non lascia scampo, dimentichi un particolare.
Sinwar ha – come si dice nella terminologia militare – “concepito, organizzato e condotto” la mattanza del 7 ottobre. Poco conta che abbiano o meno ragione “ProPal”, terrapiattisti e negazionisti a ritenere che Israele sapesse e abbia accettato l’alea di ritrovarsi con 1200 morti, qualche centinaio d’ostaggi, e tutte le brutalità documentate di quel giorno maledetto.
Sinwar quell’attacco l’ha voluto e diretto. Ha voluto e diretto un’azione che era contro ogni norma del diritto bellico. Un’operazione militare ove l’onore è stato accantonato. Con questo si è messo in condizione di non dover essere rispettato come combattente, e non meritare nulla. Neppure la pietà. Ha rifiutato quello spirito cavalleresco, di galantuomo, che dovrebbe comunque permeare il soldato, nobilitarlo, renderlo diverso dall’assassino.
Avesse organizzato rapimenti di soldati, distruzione di carri, aerei, installazioni militari, anche trucidando senza pietà chi ne costituiva equipaggio e armamento, avrebbe avuto dei diritti. Con ciò che ha consentito di fare ai suoi uomini, li ha trasformati in assassini. E si è assunto l’onere di essere il primo di questa categoria. E poiché tanti dei suoi uomini son stati braccati, stanati e uccisi, a lui doveva toccare stessa sorte. 
E se anche gli israeliani sono tali – ammesso che lo siano – a quel punto fra lui e i suoi “eliminatori” a mio parere la questione poteva essere risolta solo applicando la legge del più forte, che vince e prende tutto. E Israele si è preso tutto, anche la vita di Sinwar.
Ho visto la sofferenza dei palestinesi, non lo nego, ma soffrire non diminuisce la propria responsabilità quando ci si trasforma in torturatori, violentatori, massacratori di donne, vecchi e bambini. E a nulla serve che il nemico lo abbia fatto. La civiltà o ce l’hai o non ce l’hai. E devi ricordarti di averla anche quando il nemico dimostra con evidenza che non ne ha. Se è vero che non ne ha avuta.
Per cui Sinwar, a mio parere, per ciò che ha avuto il “pelo sullo stomaco” di “concepire, organizzare e condurre”, non meritava di rimanere in vita. E forse son più categorico e duro io che Israele, nei suoi confronti.
Il dio d’Israele, Javeh, non ammette il perdono, il nostro dio cristiano sì.
  

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