Anno XI 
Domenica 6 Settembre 2026

Scritto da carmelo burgio
Politica
08 Aprile 2026

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Come i grani di sabbia della clessidra della vita di ciascuno di noi, anche quello che aveva il volto e – soprattutto – lo spirito, di Silvano Bartoli, è passato. Tornando con tutti quelli “che ci hanno corrisposto” nell’ungarettiana accezione del termine.

Silvano Bartoli, lo so, è troppo facile, era un’icona del “1° Tuscania”. Facile dirlo per uno ch’è stato pluridecennale istruttore, che ha dato il calcio d’inizio all’avventura del paracadutismo sportivo nell’Arma.

Per questo, quindi, andiamo sul difficile. Ciò che sfugge e magari finisce pure per essere meno apprezzato, se non si comprende che senza quello, mai sarebbe venuto il resto.

Silvano è un marchigiano che forse ha sentito parlare dei paracadutisti della “Nembo” passati per Orsogna e Filottrano, e al 1° Battaglione Carabinieri Paracadutisti è andato subito. Quando il reparto non era in gran spolvero. Quando la vita era dura, come difficilmente oggi – ch’è dura, sia chiaro – si può immaginare.

Ha portato zaino, poca acqua nella borraccia, fucile e munizioni, su e giù per l’Appennino e le colline toscane. Quando era dura, e ogni anno i “non meritevoli” finivano in un pentolone e traslocavano. E allora ci voleva assai poco a non essere “meritevoli”, in tempi privi di rivendicazioni rappresentative e sindacali, e di Tribunali Amministrativi. Ha comandato la squadra paracadutisti, giovane carabiniere scelto, e dopo 14 anni ha avuto – come accadeva allora – i galloni di Appuntato.

Poi qualcuno ha compreso che poteva “costruire” paracadutisti. In palestra alla Scuola di Pisa, ov’era accolto con rispetto. E lo fece a modo suo. Capiva chi andava e chi no. Non servivano una flessione in più, né era determinante un piegamento in meno. Occorreva che ci si fosse dentro, fino al collo, nello spirito del reparto. E allora, sorridendo, ti faceva ripeter 10 volte il muro e correre pure se c’era la libecciata o il temporale: “che tanto così passa il raffreddore”.

Per me fu il primo istruttore militare, importante anche se avevo già una sessantina di salti all’attivo. Sapeva incarnare il modello dell’istruttore, quello che, oltre a insegnare, ti convinceva con la battuta, il silenzio, il sorriso, che avresti dovuto e potuto avere fiducia di tutti i successivi istruttori che ti avrebbero arricchito la vita. E per un comandante sapere che il suo giudizio fosse positivo aveva gran valore.

Per questo s’è guadagnato un patrimonio di rispetto.

Compiva i 60 quando ero da poco al comando del 1°, e me lo dissero. Avevano organizzato una sorpresa in zona-lancio, ma dovevo contribuire “comandandolo” formalmente al lancio, con ordine scritto.

Venne da me, appena risentito. Alla sua età e con la sua esperienza, essere “comandato” senza neppure essere interpellato gli appariva al limite della mancanza di riguardo. O forse un po’ più in là. Sostenni il gioco dei più giovani colleghi con la classica replica del superiore ottuso il giusto, che “non può rimangiarsi l’ordine scritto”. Si allontanò in silenzio. Magari avrà pensato “Gli ufficiali bisogna farli fuori da piccoli!”

Il giorno dopo era con noi, con l’occhio appena innervosito.

Gli passò quando trovò in ZL il figlio – nostro giovane maresciallo – e un pugno di amici, pronti a portarlo in aria e riprenderlo col video. Mentre – in caduta libera – rideva sotto il suo casco blu lucido con la fiamma bianca dell’Arma, che pareva l’autoradio del Radiomobile. Gli passò perché capì che “MAI” gli si sarebbe potuto mancare di riguardo. Perché mai lo aveva fatto lui verso il 1° e ogni Carabiniere Paracadutista.

E con quel volergli stare accanto gli volevamo trasmettere che un elicottero, un filmato e un lancio tutto con noi, era il minimo che gli si dovesse. Avrebbe avuto il resto della giornata per godersi il genetliaco con la bravissima Consorte.

 

 

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