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Scritto da Redazione
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29 Aprile 2020

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Un nuovo intervento di Murizio Guccione, collega, il quale punta il dito sulla scuola che, all'interno di questa emergenza sanitaria, è la grande assente:

Caro direttore,

leggo e ascolto la moltitudine di persone che si lamenta rispetto alle riaperture delle attività: lo comprendo, così come capisco lo stato d'animo di molti che, nel giro di poco tempo, dovranno decidere se accedere all'obolo del reddito di cittadinanza perché costretti a chiudere. Comprendo la fatica, la rabbia. Talvolta la solitudine che, in mezzo alla tempesta che stiamo vivendo, rende le persone preoccupate ma, subito dopo, rabbiose. Ed è umano.

Vorrei invece sottolineare il lamento che si radica nelle tantissime famiglie a cui, improvvisamente, è venuta a mancare una colonna portante del nostro sistema: la scuola. Terreno di semina proficua, baluardo di civiltà, cenerentola, troppo spesso, per chi – e si chiama politica – l'ha relegata all'ultimo dei problemi del sistema-Paese: semplicemente non investendo, producendo riforme (o pseudo tali) che l'hanno svilita, mortificandone i suoi attori principali: insegnanti, dirigenti, personale afferente a questa nostra cara Istituzione. Ormai da tempo l'emergenza sanitaria costringe questo esercito fatto di alunni, studenti, insegnanti, a lezioni a distanza: una prova che ricade su ogni singolo, per le difficoltà che vanno a intersecarsi con gli scarsi investimenti che accennavo sopra.

A queste difficoltà, si stanno interfacciando docenti e discenti, le cui famiglie devono – parlo per i più piccoli e quindi i maggiormente bisognosi di supporto – provvedere come possono ad una sorta di tutoraggio, quasi la pedagogia fosse loro innata e il saper insegnare o coadiuvare, fossero arrivati attraverso una laurea honoris causa. La scuola sta ancora dando, nonostante il nostro Paese abbia dato alla scuola poco; e la scuola, senza alcuna accezione retorica, c'è e risponde come può.

Lo fa grazie a chi crede nella scuola pubblica, che magari in passato ha scioperato o contestato nelle piazze riforme che, rammendate, sembravano pescare dal periodo gentiliano. La scuola c'era quando tutto era normale; e oggi che di normale vi è rimasto ben poco, sappiamo che cosa significa farne a meno, forzatamente: è una privazione che scontano principalmente i nostri giovani studenti: chi deve imparare a scrivere e ora trova maggiori difficoltà, chi aveva finito un ciclo di primaria e sperava di sentirsi dare le ultime raccomandazioni per il nuovo ciclo dalle insegnanti, anche con il conforto di un abbraccio.

Chi, arrivato all'agognata maturità, aveva voglia di mostrare tutta la propria stoffa per sostenere un esame, sì, proforma, pur tuttavia una sorta di saluto finale. Di congedo. Allora, d'ora in poi ricordiamoci di questa nostra scuola: arrabbiamoci insieme a chi ci lavora per migliorarla perché è la nostra spina dorsale, quella di un Paese che può vantare un sistema scolastico in grado di formare bene i nostri giovani non può essere considerato un orpello.

C'è bisogno di studiare: non lo dico solo io, ma prima di me, nella politica, nella scienze, in ogni ambito, c'è chi l'ha urlato per incoraggiare un sistema scolastico all'altezza dei tempi. Spero che a settembre le scuole riaprano: i bambini, i ragazzi, le famiglie, gli insegnanti, hanno bisogno, insieme a tanta buona salute, della scuola. E si trovino i fondi per finanziarla, senza far passare il concetto che per tutto questo si debba fare un sacrificio: è semplicemente un dovere di chi governa, per molti di noi il lasciapassare per un Paese degno di dare a chi c'è oggi e alle future generazioni lo strumento irrinunciabile del sapere.

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