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Scritto da lodovico poschi meuron
lettere alla gazzetta
02 Maggio 2022

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo intervento a firma Lodovico Poschi Mauron, collega che ha sempre seguito le vicende calcistiche rossonere e grande tifoso della Lucchese:

Chi mi conosce sa benissimo quanto abbia a cuore il futuro della nostra Lucchese a cui, tra l'altro, ho dedicato pezzi importanti della mia attività professionale. Dunque, capisco che la prospettiva di uno stadio moderno e dotato di servizi da mettere a reddito stuzzichi la fantasia e lasci immaginare un futuro ricco di successi. Sarei il primo ad esserne felice e orgoglioso. 

Tuttavia, mi permetto con assoluta umiltà e senza la presunzione di avere la verità in tasca di mettere sul tavolo alcune riflessioni. Lo ritengo un esercizio utile in un momento in cui, questa la mia impressione, la campagna elettorale sembra aver determinato un appiattimento del dibattito. Non vorrei che questo abbia allineato un po' tutte le posizioni nella consapevolezza che, siccome anche una parte di tifosi parteciperà al voto del 12 giugno, conviene far finta di nulla e vedere che cosa succede.

Mi si dirà: il Porta Elisa non è a norma e la squadra ha bisogno di un impianto in cui giocare. 

Tutto vero. Ma a questo legittimo bisogno, che tra l'altro si trascina ormai da anni, c'è un legittimo proprietario (il Comune) che avrebbe l'onere e la responsabilità di intervenire. Peccato che non lo abbia fatto.

Cosa ben diversa è immaginare una riqualificazione complessiva della struttura per realizzare uno stadio fino a 16 mila posti. Tralascio la questione legata alla parte commerciale, perché non è questo, almeno per me, la discriminante che mi porta ad essere molto scettico su questa soluzione.

La questione infatti a me pare un'altra. Invito tutti a dare un occhio alle foto del 1935, anno in cui il Porta Elisa venne inaugurato. Allora, quella zona a ridosso delle Mura, era aperta campagna. Oggi, invece, è una parte di città densamente urbanizzata e attraversata da viabilità di scorrimento. 

Mi domando allora. Ha senso investire denari, pur privati che siano, per realizzare uno stadio in quella zona nevralgica del tessuto urbano? E ancora. Se, come ovvio, quello stadio sarà di supporto ad una squadra ambiziosa, dunque in grado di riempirlo, come sarà possibile gestire viabilità, sosta e ordine pubblico durante le partite?

Mastico calcio da un po' e ne conosco dinamiche, comprese quelle molto severe che stanno dietro alla gestione dell'ordine pubblico di una partita di calcio.

Dunque, se fossi un amministratore, di oggi come domani, qualche domanda me la porrei perché, se come è stato fatto al progetto si concede lo status di pubblico interesse, poi non si torna indietro. E prevenire è sempre meglio che curare no?

La mia opinione è che sul Porta Elisa, a meno di non volerlo demolire, occorra fare un ragionamento completamente diverso. Per esempio, perché non pensare ad una cittadella dello sport, con funzioni polivalenti, a disposizione delle tante società che ne avrebbero bisogno come il pane? In alternativa, si potrebbe mancare un concorso di idee dal quale far emergere una soluzione condivisa. 

Quanto alla nuova casa della Lucchese, penso davvero sia una grande opportunità soprattutto se davvero esistono investitori privati disposti ad accollarsi l'opera in project financing. Ma dove ubicarlo? Probabilmente non a Lucca, dove la viabilità è problematica e il suolo è già fortemente sfruttato. L'alternativa, in un concetto di area vasta e considerato che i tifosi rossoneri sono sparsi un po' ovunque, è la Piana lucchese, magari vicino al nuovo svincolo autostradale del Frizzone. 

Concludo con un'ultima riflessione. Sono dell'idea che progetto sportivo e operazione immobiliare debbano in qualche modo essere questioni slegate fra loro. 

Anche perché, francamente, pensare che il futuro della Lucchese dipenda dallo stadio è una bufala colossale. Potrà essere un tassello importante, ma più urgente sarebbe in questo momento garantire al club una base societaria solida, con capacità manageriali e solidità patrimoniale per portare avanti il progetto sportivo, a prescindere dalla proprietà dell'impianto. 

Sono consapevole delle difficoltà che questo comporta, ma proviamo a guardare anche ciò che accade in altri sport. Nella vicina Pistoia, per esempio, la squadra di basket (che si sta giocando la promozione in A1) è di proprietà di un consorzio costituito da una quarantina di aziende del territorio, che ormai da anni danno continuità alla gestione della squadra. Tra l'altro, si è da pochissimo affiancato un secondo consorzio di tifosi riuniti nell'azionariato popolare. 

Si tratta di un modello virtuoso, che ha dimostrato di funzionare: perché non provare a replicarlo?

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