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Da Bartali a Ballerini, passando per La Lastrense: nell’undicesimo appuntamento di In Voce Veritas, Mariella Bonacci racconta una serata dell’associazione Panathlon Pistoia-Montecatini
Una volta, per riconoscere un ciclista, bastava guardargli le gambe. Per capire che cosa avesse attraversato, invece, bisognava lasciarlo parlare. Di strade bianche, di pioggia presa senza lamentarsi troppo, di compagni di squadra, di cadute e di vittorie che diventavano subito storie da raccontare agli altri. Il ciclismo conserva ancora questo talento: parte da una bicicletta e, nel giro di pochi minuti, arriva alle persone.
È successo anche al convegno organizzato dall’associazione Panathlon Pistoia-Montecatini, al quale Mariella Bonacci ha dedicato l’undicesimo appuntamento di In Voce Veritas. Sul tavolo c’erano la storia del ciclismo, Gino Bartali, Franco Ballerini e la ciclostorica La Lastrense. A tenere insieme racconti così diversi è stato il tema più impegnativo e, per fortuna, anche il più vivo: i valori dello sport.
Una serata che sapeva dove voleva andare
«Non siamo un’associazione sportiva», ha spiegato alla Bonacci il presidente del Panathlon Pistoia-Montecatini, Giuseppe Tommei. L’associazione promuove i valori dello sport, quelli che aiutano a crescere e a maturare. Detta così sembra una distinzione da addetti ai lavori, ma basta pensarci un momento: c’è chi organizza la corsa e chi si preoccupa di ciò che i partecipanti porteranno a casa, oltre alla stanchezza e a una fotografia sul telefono.
Il vicepresidente Damiano Landi ha voluto fortemente il convegno e si è preso il compito di farne arrivare il senso al pubblico. Mattatore della serata, sì, ma di quelli che sanno passare la parola: ha dato spazio alle storie, ai ricordi e a quella domanda che torna ogni volta che si parla di giovani. Che cosa riusciamo davvero a insegnare loro?
Nella chiacchierata con la Bonacci, Landi ha ricordato che fu proprio lei, molti anni fa, a realizzare una delle sue prime interviste pubbliche. Era riuscita, ha detto, a far emergere i valori nei quali credeva. Da allora la vita gli ha cambiato parecchie cose, ma non quelle convinzioni. Mariella, che quando trova un filo personale difficilmente lo lascia cadere, lo ha seguito nel discorso sulla scuola, sulle nuove generazioni e sulla possibilità di offrire ai ragazzi esperienze condivise.
Per Landi, lo sport può aiutare a contrastare l’isolamento e a far comunicare persone di culture diverse. Ha richiamato anche il messaggio di pace delle Olimpiadi. Sono idee grandi, che diventano credibili quando si traducono in gesti piccoli: esserci, rispettare una regola comune, aspettare chi è rimasto indietro. La bicicletta, in questo, è una maestra esigente. Se dimentichi l’equilibrio, te lo ricorda subito, e di solito davanti a tutti.
Bartali, o dell’arte di lasciare il segno senza fare troppo rumore
Nel corso della serata il nome di Gino Bartali è tornato più volte. l’uomo che stava dietro il campione, i suoi legami, la sua idea di responsabilità. Bartali appartiene a quella generazione di sportivi che molti ricordano attraverso le imprese, ma anche attraverso i racconti ricevuti in famiglia. Cambiano i dettagli, cambia il tono di chi racconta; resta l’impressione di conoscere qualcuno che non si è mai incontrato.
Con lo storico Marco Pasquini, il discorso ha preso la strada delle origini. Il ciclismo dei primi tempi, ha osservato, era spesso uno sport di uomini poveri, per i quali pedalare poteva voler dire cercare una possibilità di vita diversa. Negli anni del boom è cambiato il mondo intorno alle corse; oggi è cambiata anche la bicicletta, diventata un concentrato di tecnica. Pasquini non guarda al passato per rimproverare il presente. Vorrebbe, piuttosto, che tutta questa modernità conservasse la curiosità di sapere da dove viene.
Una richiesta ragionevole. Si possono amare le biciclette di oggi e provare comunque una certa tenerezza per quelle d’epoca, con i loro limiti e la loro ostinazione. Soprattutto, si possono ascoltare le storie di chi le guidava. Nessun dispositivo, per quanto sofisticato, sa raccontare una corsa come una persona che se la ricorda ancora.
Franco Ballerini, visto da suo figlio
La conversazione è, poi, giunta a Franco Ballerini e, con lui, a una memoria più vicina e più intima. Suo figlio Gianmarco ha parlato del campione che tutti conoscono, ma soprattutto del padre che lui e suo fratello desiderano ricordare attraverso ciò che fanno. Iniziative per i bambini, attenzione alla sicurezza, progetti capaci di includere: il suo racconto ha dato a queste parole un volto e una ragione.

Chi perde una persona amata sa che sentirsi dire «portane avanti il nome» non basta. Bisogna capire come farlo, trovare tempo, energie, compagni di strada. Gianmarco ha raccontato proprio questo impegno.Un mondo di valori rimasto ai figli, al di là delle vittorie e degli applausi.
Un esempio di ciò che un nome può continuare a generare si trova in Toscana, con la neonata associazione di ciclismo “Franco Ballerini”, fondata proprio dai figli del grande campione, con la partecipazione di Stefano Santerini, da anni nello staff della Nazionale, al fianco degli atleti come massaggiatore e fisioterapista. L’associazione guarda ai più giovani: vuole promuovere la sicurezza stradale e creare occasioni di formazione. Un progetto nobile che si merita un grande augurio!
La Castrense, dove il passato ha ancora voglia di uscire
Con La Lastrense, la conversazione è arrivata a Lastra a Signa, dove le biciclette d’epoca tornano ogni anno a farsi vedere sulle strade. Marco Pasquini, storico e collaboratore della ciclostorica e degli incontri che la accompagnano, dedicati ai protagonisti e alle storie del ciclismo, ha accompagnato con i suoi racconti la serata. Ascoltarlo fa venire voglia di esserci: per osservare da vicino quelle biciclette, sentire qualche storia e ritrovare, magari lungo il percorso, qualcuno con cui continuare la conversazione.
Nel 2026 La Lastrense si è svolta il 15 marzo. Il giorno prima, la Pedalata Rosa, aperta a tutti, ha portato i partecipanti da Lastra a Signa fino allo storico velodromo Enzo Sacchi di Firenze. L’iniziativa è organizzata dal Gruppo sportivo Tre Emme ASD in collaborazione con il Comune di Lastra a Signa e altre realtà del territorio.

Nel racconto della manifestazione, comunque, è emerso un dettaglio che merita rispetto: da quelle parti si prende sul serio anche la tavola. Si pedala, si ammira il paesaggio, si riscoprono biciclette e storie; poi ci si ferma a mangiare. Chi affronta il percorso lungo avrà tutte le ragioni per dichiararsi affamato. Gli altri, con ogni probabilità, sapranno trovare una ragione altrettanto convincente.
È parte del fascino di una ciclostorica. Nessuno torna indietro nel tempo sul serio, naturalmente. Per un giorno, però, si può rallentare, guardare meglio un paese attraversato in bici e ascoltare qualcuno che conosce il nome di un vecchio corridore o la storia di un velodromo. Alla fine si rientra nel presente con qualcosa in più da raccontare.
La strada che resta
Alla fine della serata, Bartali, Ballerini e La Lastrense sembravano appartenere alla stessa grande storia. C’erano le imprese che si tramandano da una generazione all’altra, le parole di un figlio che ricordava suo padre e il piacere di rimettere in strada le biciclette di una volta. Giuseppe Tommei ha ricordato quanto lo sport possa insegnare anche fuori dalle gare; Damiano Landi, che a questo incontro teneva davvero, ha saputo dare spazio a tutti senza perdere il filo. E fra un ricordo e una battuta, il ciclismo è tornato a somigliare a ciò che lo rende così amato: una storia che viene voglia di raccontare ancora.
Forse i valori dello sport si riconoscono proprio così. Non perché qualcuno li elenca dal palco, ma perché affiorano in ciò che racconta un figlio, nel lavoro di una scuola, nell’invito a pedalare insieme, nella cura con cui si conserva una storia per passarla a chi viene dopo. Il ciclismo è pieno di salite; questa, almeno, vale la pena affrontarla, e se all’arrivo c’è anche qualcosa di buono da mangiare, sarebbe davvero scortese tirare dritto
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