L’Italia intellettuale della prima metà dell’Ottocento ha conosciuto uno strato relativamente largo e a volte vivace di letterati, insegnanti, avvocati, amministratori di buona cultura e di non spregevole educazione: una borghesia degli uffici non ricca economicamente, ma colta, moderata, liberale e destinata a diventare la matrice della classe dirigente dell’Italia unitaria. Molti suoi esponenti offrirono buone prove di sé nel corso delle vicende risorgimentali, ma non a tutti, ovviamente, è toccato l’onore della fama politica, artistica o letteraria. Alla più gran parte - anche se di una qualche notorietà tra i contemporanei - è stato riservato uno sconsolato destino di oblio. Pochi quelli che hanno conosciuto una grandezza pari oggi ad una nota a pie’ di pagina. Sulle dita di una mano si contano i grandi e i grandissimi ancora conosciuti, letti, meditati. Non appartiene di sicuro all’ultima categoria Luigi Fornaciari (Lucca, 1798 – Lucca, 1858), letterato, giornalista ed educatore lucchese di qualche merito letterario e civile e di qualche fama ai suoi tempi, ma oggi dimenticato. Vissuto in tempi complicati, duri e difficili, con dignitosa coerenza non rinunciò mai alla libertà della sua ispirazione e all’impegno civile che cercò costantemente di far convivere con un’educazione classicheggiante e una delicata vena elegiaca e sentimentale.
Nato a Lucca nel 1798, il Fornaciari, giovinetto incrocia i fasti del neoclassicismo per mai più liberarsene. Studia grammatica e retorica presso l'Università di Lucca, conosciuta anche come "Istituto dei Pubblici Studi di San Frediano". Nel 1820 si reca a Roma per fare pratica come avvocato e vi si trattiene per quattro anni, al termine dei quali, rientrato a Lucca, ottiene la cattedra per l'insegnamento di belle lettere e greco. Nel 1825 sposa Teresa Martinelli che gli darà quattro figli. Ammesso l'anno successivo all'Accademia di Scienze Lettere e Arti ne diventa il segretario. Dopo la pubblicazione nel 1828 di un commento alle odi di Pindaro, edita Esempi di bello scrivere in prosa, 1829, ed Esempi di bello scrivere in poesia, 1830, in cui dà prova di essere un importante rappresentante del gusto purista. Nel 1830 entra in magistratura, prima giudice e poi presidente nella Rota criminale in Lucca, conservando la sola cattedra di greco. Nel 1837 è nominato avvocato regio e nel 1845 consigliere di Stato. Nel 1847 sollecita l'eccentrico duca Carlo Ludovico di Borbone a concedere lo Statuto: per questo e per aver indicato i mali che affliggevano la società lucchese del tempo viene privato degli incarichi e e dello stipendio, a cui torna per volontà del granduca di Toscana Leopoldo II che lo nomina procuratore generale e capo della sezione criminale della Corte regia di Lucca.
Fin dal 1837, dopo essere divenuto avvocato regio, ha l'occasione di rendersi conto di come spesso i delitti abbiano origine dal disagio sociale, dalla miseria e dalla mancanza di educazione: per questo nell'Accademia Lucchese compone e legge i Discorsi sulla povertà, per ottenere l'istituzione di strutture educative fin dall’infanzia e sussidi per l'istruzione e il soccorso ai bisognosi. Antiromantico e purista in letteratura, moderato in politica, Fornaciari vive l’entusiasmo per Pio IX, a cui plaude pubblicamente, e considera con preoccupazione le torsioni democratiche e rivoluzionarie del ‘49 senza però mai scivolare su posizioni reazionarie. Nel timore che “cattolicismo e libertà possano diventare termini incompatibili”, come testimonia il figlio Raffaello, Luigi Fornaciari scelse di attenersi fortemente al primo. Gravemente malato, morì nel febbraio 1858.
Luigi Fornaciari, tra diritto e belle lettere
Scritto da Luciano Luciani
StoricaMente
21 Marzo 2026
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