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Scritto da Luciano Luciani
StoricaMente
06 Settembre 2026

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Tarda primavera del 1870: un momento assai delicato per la politica europea e per il giovanissimo Stato italiano. Infatti, mentre sull'orizzonte continentale si profila il crollo del secondo impero francese e l'ascesa di quello tedesco, nel nostro Paese si assiste a una forte ripresa dell'iniziativa mazziniana, promossa dall'ultima creatura dell'infaticabile cospiratore genovese: l''Alleanza repubblicana universale', Aru, che agisce in base a un programma fieramente antigovernativo, intransigentemente repubblicano e marcatamente irredentista nel sostenere il diritto italiano a Trento e Trieste.

Non cessano le polemiche di Mazzini nei confronti di Garibaldi, che a sua volta lamenta di non essere stato sufficientemente appoggiato da Mazzini e dai mazziniani nella recente occasione dell'impresa di Mentana nell'autunno del 1867. Nel frattempo, contrario alla lotta di classe, a cui contrapponeva l'"associazione" tra lavoro e capitale e il cooperativismo, Mazzini entra in rotta di collisione anche con le posizioni anarchico- socialiste-di Bakunin. Una postura che indebolisce l'Aru e non permette al Genovese e alla sua ultima creatura di intercettare le agitazioni sociali contro la tassa sul macinato ricorrenti in tutta Italia e particolarmente intense in Emilia nelle province di Parma, Bologna, Reggio Emilia e Modena... Al punto che il governo del generale Manabrea è costretto a inviare un altro generale, Raffaele Cadorna, a cui vengono assegnati poteri straordinari, per reprimere le agitazioni nelle campagne. Al termine delle operazioni militari si contano duecentocinquanta morti e centinaia di feriti e di arresti.

Nonostante ciò, Mazzini va avanti col suo programma: il 24 marzo 1870, a Pavia, un gruppo di circa quaranta mazziniani, guidati dal caporale Pietro Barsanti di Gioviano in provincia di Lucca, assalta la caserma San Francesco al grido di "Viva la repubblica". Negli scontri rimangono uccisi un ufficiale e due dimostranti. Il Barsanti, tratto in arresto, è condotto a Milano e fucilato il 27 agosto. Tra il 6 e il 10 giugno, in concomitanza con i fatti toscani a Maida, in Calabria, si conta un altro tentativo insurrezionale repubblicano guidato da Ricciotti Garibaldi: dopo uno scontro armato a Filadelfia, una banda di circa trecento elementi viene dispersa dalle truppe regie, mentre ancora altre agitazioni simili si svolgono nella tarda primavera del 1870 a Reggio Emilia e a Como. Nei primi giorni del giugno 1870, sui monti tra Lucca e Pistoia, si consuma anche la breve vicenda della 'Banda repubblicana lucchese', che contestualmente a iniziative simili a Livorno, in Maremma e nei pressi di Pisa tenta, per usare le parole della sentenza di rinvio a giudizio, di marciare su Firenze, allora capitale dello Stato italiano per "rovesciare il governo e mutarne la forma" e porre in atto un moto insurrezionale il cui scopo era "distruggere e cambiare il governo legittimo dello Stato per sostituirvi la repubblica".

L'iniziativa della banda lucchese, guidata da Tito Strocchi, nobile figura di democratico toscano impegnato in una faticosa opera di ricucitura politica tra l'Eroe dei due mondi e l'Apostolo dell'unità nazionale, si situa in questo contesto tutt'altro che tranquillo per le classi dominanti italiane e il ceto politico-amministrativo da esse espresso: le vecchie parole d'ordine mazziniane sembrano sul punto di fondersi e amalgamarsi con le nuove, legate a una acutissima questione sociale e all'irruzione sempre più consapevole delle masse sulla scena della storia. Siamo di fronte a una miscela esplosiva - repubblica e questione sociale - difficilmente governabile e potenzialmente devastante, per gli uomini della Destra storica... A loro offre un'occasione insperata la grande politica europea e la guerra che aveva come obbiettivo la questione della supremazia continentale tra Francia e Germania. Così, quando il 1 settembre 1870 dalla città di Sedan, vicina al confine col Belgio, giunge la notizia della definitiva, disastrosa sconfitta delle armi francesi di Napoleone III ad opera dei prussiani, pur se tra impacci ed esitazioni segnatamente del sovrano Vittorio Emanuele II, il governo italiano comprende che è giunto il momento di risolvere la questione romana e che la strada per Roma risulta finalmente spianata. Ma la preoccupazione maggiore per il governo Lanza che ricopre anche la carica di ministro degli interni, è sempre la stessa: "escludere la rivoluzione". Così, dopo lo scoppio della guerra franco-prussiana, i primi provvedimenti governativi sono l'arresto a Palermo di Giuseppe Mazzini che viene rinchiuso nella fortezza di Gaeta e l'invio di una flotta nel mare di Caprera con l'ordine di arrestare Garibaldi qualora avesse tentato di lasciare l'isola.

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