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Scritto da paolo pescucci
StoricaMente
03 Aprile 2026

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Quando, il 13 luglio del 1816, la nave di linea Washington dell’US Navy gettò l’ancora nel Golfo di Napoli, la città si trovò improvvisamente al centro di una delicata partita diplomatica. A bordo della nave da 74 cannoni, ammiraglia della squadra mediterranea degli Stati Uniti comandata dal commodoro Chauncey, viaggiava William Pinkney, plenipotenziario americano incaricato dal presidente Madison di ottenere il risarcimento per le navi e le merci sequestrate da Gioacchino Murat nel 1809.

La sola presenza della flotta americana bastò a far salire la tensione. Pochi mesi prima, l’ammiraglio britannico Edward Pellow aveva bombardato Algeri fino alla resa per costringere il dey ad abolire la schiavitù dei cristiani. In quel clima, presentarsi “a riscuotere” con una squadra navale non era un gesto rassicurante. E infatti, mentre gli americani erano costretti alla quarantena fino al 26 luglio, il ministro degli Esteri napoletano, il Marchese di Circello, si mosse con rapidità: avvertì le potenze europee, ottenne l’appoggio della Royal Navy nel Mediterraneo, il rilascio di alcune navi napoletane trattenute a Malta e lo schieramento di dodicimila soldati austriaci che armarono con cannoni pesanti le fortezze di Napoli.

Il Regno delle Due Sicilie era in una fase fragile, appena ricostituito dopo il Congresso di Vienna e con un’economia allo stremo. Eppure, quando Pinkney poté finalmente sbarcare, fu accolto con grande cortesia, ma con altrettanta fermezza. Le richieste americane di risarcimento vennero ascoltate, ma si attuò una tattica dilatoria, non si davano risposte precise. Murat, ricordarono i ministri napoletani, era stato un usurpatore; le sue azioni non potevano ricadere sul restaurato governo borbonico, già dissanguato dalle follie finanziarie del re francese.

Di fronte all’impasse, gli americani lasciarono intendere che, in mancanza di un accordo economico, si sarebbe potuto discutere della concessione di una base navale a Messina, Siracusa o addirittura dell’isola di Lampedusa. La risposta fu immediata e categorica: una presenza statunitense così vicina a Malta avrebbe irritato la Royal Navy e creato un precedente pericoloso. A complicare ulteriormente la situazione arrivò la notizia di uno scontro tra marinai americani e inglesi a Messina, episodio che spinse il governo borbonico a invitare le navi statunitensi a evitare i porti siciliani.

Passarono settimane senza una risposta formale. Pinkney, che doveva proseguire per San Pietroburgo, lasciò Napoli senza aver ottenuto nulla. Solo dopo la sua partenza il governo napoletano inviò la risposta ufficiale, recapitata tramite l’ambasciatore a San Pietroburgo. La posizione era netta: il Regno delle Due Sicilie non riconosceva alcun debito perché Murat era un usurpatore, i sequestri erano stati ordinati da Napoleone in un contesto di guerra e i proventi non erano entrati nelle casse dello Stato, ma in quelle personali del re francese.

Il contenzioso si trascinò per decenni, ma un punto fu chiaro fin da subito: gli Stati Uniti non ottennero né il risarcimento né tantomeno Lampedusa. Il giovane e debole Regno delle Due Sicilie, sostenuto da una diplomazia accorta e da un equilibrio internazionale favorevole, riuscì a respingere le pressioni della potenza emergente d’Oltreoceano. Una vicenda poco nota, ma significativa: anche i piccoli, se ben sostenuti ed armati, potevano dire no ai grandi — e farsi rispettare.

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