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Scritto da Luciano Luciani
StoricaMente
14 Marzo 2026

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Filologo classico tra i più illustri del secolo scorso, Manara Valgimigli ha sempre mantenuto con Lucca e i suoi territori relazioni intense e feconde.  Nato un secolo e mezzo orsono, il 9 luglio 1876, a San Piero in Bagno, provincia di Forlì-Cesena, nella valle del Senio, il padre, maestro elementare promosso a ispettore scolastico, un “uomo di straordinaria severità e onestà, rigido che metteva soggezione anche alla moglie”, lo volle chiamare Manara: ovvero un cognome storicamente impegnativo che, secondo una costume ancora calda del passioni e delle polemiche risorgimentali, diventava nome proprio ed era, già di per sé, quel nome, un piccolo manifesto politico, un’affermazione di appartenenza. Intanto alle radici risorgimentali e alla rivoluzione italiana; poi, a un’idea, quella repubblicana, particolarmente fervida nelle Romagne, prima e dopo l’unità d’Italia. Dopo il ginnasio e il liceo frequentati a Lucca, il giovane Valgimigli si iscrive alla facoltà di lettere dell’università di Bologna dove la cattedra di letteratura italiana era tenuta da Giosuè Carducci. È un ambiente fervido sia culturalmente sia politicamente. Molti anni più tardi, nel 1937, in una lettera scritta da Coreglia – qui Valgimigli era solito trascorrere gran parte delle estati per ritemprarsi delle fatiche accademiche - a una sua studentessa, Francesca Moràbito, confessa che “quel mondo politico della fine dell’800, con quei circoletti repubblicani e socialisti… fu anche il mio mondo! Anch’io fui repubblicano e poi socialista, e sempre in disaccordo con me stesso e con gli altri”. Interventista nel primo conflitto mondiale, come altri romagnoli politicamente e culturalmente impegnati: l’allora repubblicano Pietro Nenni; l’allora socialista massimalista Benito Mussolini; soprattutto quel Renato Serra cesenate, carducciano, “vociano” e lettore di provincia, il cui contributo drammatico alle riflessioni sugli intellettuali lacerati non solo dal dubbio tra neutralità e intervento, ma soprattutto dagli antichi e mai risolti problemi tra vita e letteratura, l’Esame di coscienza di un letterato, era ben presente a Valgimigli che a Serra doveva dedicare un saggio nel 1946... Manara è dunque per la guerra in sintonia con “la nazione sorta dal garibaldinismo”. Una vicenda, questa della grande Guerra che Manara affronta, combattendo, come dire, sul “fronte interno”: quarantenne, con due figli e il terzo, Giorgio, che doveva arrivare nel ’16, sbattuto da una sede liceale all’altra, Manara conosce in quegli anni, assieme alla famiglia e alla seconda moglie, Emilia Locatelli sposata nel 1908, privazioni e umiliazioni: “dal ’17 al ’19 noi eravamo alla Spezia. E io rammento che un giorno (Emilia) mi si svenne sulla strada facendo la fila presso un lattaio (avevamo tre bimbi piccoli, Giorgio di uno o due anni; Bixio di quattro o cinque, la Erse di setto o otto); e un altro fu maltrattata da una guardia facendo la fila per comprare il pane, e mi ritornò a casa che tremava tutta e stette male più giorni. Io facevo scuola tutto il giorno: la mattina e le prime ore del pomeriggio al liceo (25 ore!), e poi qualche lezione privata. La casa, la vita, tutto era caro e lo stipendio non bastava. … E noi, per massimo e unico soccorso, avevamo una povera vecchia di Calice di Corniglia presso Spezia, a cui avevo fatto non so che, la quale scendeva giù da noi ogni tanto e ci portava un po’ di formaggio e mezza dozzina di uova. ” Una condizione materiale di vita dura, difficile, a cui va aggiunta la fatica, del lavoro di traduzione, commento, edizione dei classici, soprattutto greci. Manara pubblica il Prometeo di Eschilo, nel 1904; La critica letteraria di Dione Crisostomo del 1912; la traduzione del Fedone platonico è del 1921, con il dialogo delle domande ultime e supreme dell’anima e del suo destino, lavoro dedicato a Bixio, il “povero figlio mio”, morto l’anno prima. Nonostante queste difficoltà personali, private, si posizionano costantemente nei “punti alti” del confronto ideale, culturale e politico la presenza, la partecipazione e gli interventi di Manara Valgimigli. Per esempio, nel largo dibattito sulla riforma della scuola, che coinvolse per un lungo periodo i ceti intellettuali del nostro Paese e che si fece stringente proprio negli anni del conflitto, Manara Valgimigli, uomo di scuola, letterato e scrittore è con Croce e Gentile, con Ernesto Codignola e Giuseppe Lombardo Radice per una riforma del nostro sistema d’istruzione che fosse capace di trovare i suoi punti di forza nella tradizione liberale del Risorgimento e nei valori e nelle idealità dei gruppi borghesi che ne erano stati protagonisti. È lo scontro tra l’idealismo filosofico e pedagogico e un positivismo ormai stanco, esaurito che sembrava solo in grado di proporre, dalle elementari all’università, un enciclopedismo, una volgarizzazione dei saperi da estendere ad ogni costo e a tutti. E quando Gentile introdurrà nella riforma del 1923 le torsioni adeguate alla nuova situazione storica e politica (disciplina, gerarchia, sottomissione all’autorità, accentramento; preminenza degli studi umanistici e pregiudizio che l’utile non sia mai formativo), Manara, allora, sentirà l’esigenza di prendere le distanze da quelle riforme, riconoscendone, però, onestamente  il valore e l’importanza.        .

Così Valgimigli, nel maggio del 1924, dedica a Ernesto Codignola una raccolta di scritti scolastici, La mia scuola, Firenze, Vallecchi, 1924. “Io non sono, tu lo sai, fascista… ma riconosco facilmente che, senza l’intervento fascista, codeste nostre idee avrebbero seguitato a battagliare assai tempo ancora, e senza frutto, contro muraglie insormontabili. Occorreva una forza estrema; era naturale approfittarne… E fu bene… Non è bene, invece, questa identificazione assoluta che si vuol fare di una dottrina filosofica con un movimento politico… La riforma scolastica muove da esigenze e dottrine interne che sono anteriori di parecchi anni al fascismo. Per non citare altro e non andare più indietro, il Sommario di pedagogia di Giovanni Gentile, che fu ed è per tutti questi nostri problemi il libro capitale, è del 1913. Sono dottrine che hanno una loro nobiltà più che decenne; cui nessun’ araldica fascista potrà mai aumentare di certo. E perché la riforma sopravviva al fascismo, deve restare a contatto, indipendentemente dal fascismo, alla sua origine teoretica, che è la dottrina idealistica”.

Ancora pochi anni e la frattura ideale tra Valgimigli e Gentile si farà più netta. Accadrà quando la svolta autoritaria del fascismo si dispiegherà in tutta la sua violenza, prima con le elezioni del 1924, poi con il rapimento e l’omicidio di Giacomo Matteotti, la successiva liquidazione delle garanzie statutarie, lo scioglimento di partiti e sindacati, la creazione di una polizia politica e l’istituzione di un Tribunale speciale per la difesa dello Stato: Valgimigli è tra i firmatari del Manifesto Croce, il manifesto degli intellettuali antifascisti e, immaginiamo, che questo lo abbia tenuto in sospetto presso il fascismo, che si avviava a diventare regime, così come lasciamo ipotizzare che non sia mai venuta meno nei suoi confronti – come scrive Giovanni Spadolini – “la paterna protezione di Gentile”.

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