Dicembre 2003. E' una bella giornata di sole e manca poco a Natale. Siamo a casa della nostra ex compagna, in un casale in località Sorbanello altrimenti conosciuto come Sorbano del Giudice. Siamo andati a farci una corsetta tanto per evitare di trovarci la sera senza aver fatto movimento. Siamo, del resto, un po' fissati. Il cellulare resta sul tavolo della cucina. Il cane Argo, un boxer, è in giardino. Dopo una quarantina di minuti rientriamo e sul display troviamo numerosi messaggi tra i quali quelli di Mauro Celli, amico, pubblicista e collaboratore della Spe, la società di pubblicità del gruppo Riffeser-Monti. Chiamiamo subito Celli e gli diciamo che cosa è successo. La risposta è di quelle che ti lasciano senza fiato. Nella notte, sull'autostrada che conduce a Pisa, Alessandro Del Bianco, collega di redazione che segue la cronaca giudiziaria e lo sport, in particolare la Lucchese Calcio, è morto tamponando con la sua Audi un Tir fermo al casello. Arriviamo in redazione e la notizia è già conosciuta a tutti. Si parla poco, si sta in silenzio, si prova a comprendere che cosa sia realmente accaduto. Nessuno sa più di quello che abbiamo provato a sapere noi. Tutta la giornata, inutile dirlo, passa nel ricordo di Alessandro. Arrivano i collaboratori dello sport, in particolare Emiliano Pellegrini e Luciano Nottoli, che, con lui, partivano in auto nelle trasferte rossonere per poi ritornare, a velocità sostenuta, con Del Bianco che scriveva il pezzo e lo dettava ai dimafoni. E' un lutto tremendo, c'è anche Mimmo, ossia Alessandro Tosi, forse l'amico più caro di Alessandro e che lo aveva visto fino a poche ore prima della tragedia. Un colpo di sonno si ipotizza, una svista improvvisa, il Tir che inchioda all'improvviso. Alessandro Del Bianco verrà seppellito nel piccolo cimitero di Vicopelago.
Ma chi era Alessandro Del Bianco? Era nato nel 1961 a Lucca, aveva un fratello e i genitori vivevano a S. Anna. Appassionato di giornalismo e di Lucchese, era approdato alla redazione di piazza del Giglio dove, dopo un periodo, era stato assunto come giornalista praticante. Non era laureato, ma aveva quel fiuto giornalistico che hanno quelli cresciuti in mezzo alla strada. Sia per la nera sia per lo sport. Svogliato quel tanto che bastava a non morire di lavoro, Alessandro, in realtà, amava il suo mestiere e lo sapeva fare bene. Velocissimo nello scrivere, riusciva a bruciare i tempi anche dopo aver trascorso mezzo pomeriggio a creare e smontare situazioni con Pellegrini e Nottoli. Anche lui, come noi, batteva con due dita sulla tastiera del computer senza smettere mai. Fumava, questo sì, come un turco e ci faceva incazzare non poco. Era, sostanzialmente, uno che si faceva i cazzi suoi, che badava a se stesso e bastava anche a se stesso. Non amava Paolo Magli, il caposervizio, ma non era l'unico. Arrivava la mattina elegante con abiti tirati a lucido e scarpe classiche, era il classico lucchese doc. La sua colazione era cappuccino e pezzo dolce, tutti i giorni di tutto l'anno. Una volta in redazione, leggeva e guardava la pagina che aveva compilato quasi a volersene compiacere. Poi, dopo la riunione di redazione alla quale, anche lui come noi, prendeva parte svogliatamente, scendeva e non lo si vedeva fino al pomeriggio. Andava in questura, quindi in tribunale e in procura, poi, presumibilmente, a casa. Era un caro amico? No, era un amico punto e basta, più che altro un collega datato.
Dopo quella tragedia ogni anno, per diversi anni, organizzammo un torneo di calcio a lui dedicato e il padre veniva a premiare al termine la squadra vincitrice. Era per tenere vivo il ricordo, salvo, poi, accorgersi, che il ricordo non lo tiene vivo nessuno ad eccezione di coloro che lo hanno conosciuto e gli hanno voluto bene. Il padre arrivava puntuale, ma con un volto distrutto dal dolore e sorrideva a malapena. Lo capivamo e cercavamo di stargli vicino anche con questa piccola iniziativa. Mai avremmo potuto immaginare che, anni dopo esattamente sette, ci saremmo trovati nella medesima condizione, ossia quella di perdere un figlio, il dolore più grande che essere umano possa immaginare. Sopravvivere a questa tragedia è difficilissimo, ricominciare a vivere e a credere nel futuro, pressoché impossibile.
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