misericordia
   Anno XI 
Sabato 21 Febbraio 2026
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Scritto da Claudio Pardini Cattani
architetto
21 Febbraio 2026

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Nel 1988 Campos Venuti pubblicò un libro dal titolo “La terza generazione dell’Urbanistica”. Campos Venuti,  a partire dal dopoguerra, individuava in successione la Generazione della “ricostruzione”, seguita da quella dell’”espansione” e quindi da quella della “trasformazione” ( quest’ ultima pienamente inserita nel solco dell’ ” Urbanistica riformista” che si era andata affermando e che vide dare i suoi frutti sino all’alba degli anni novanta del secolo scorso ). A queste tre generazioni si sono poi succedute altre due generazioni che si possono declinare come quella della “deregulation urbanistica” e quella della “rigenerazione urbana” che stiamo tuttora sperimentando.

La seconda generazione, quella dell’  “espansione” e le ultime due, quelle della “deregulation urbanistica” e della “rigenerazione” emerse negli anni ’90 e tuttora in corso, sono quelle che più hanno contribuito al consumo di suolo.

La generazione della “deregulation urbanistica”   ha visto la luce a partire dagli anni novanta, sulla spinta del modello milanese, ha soppiantato l’urbanistica riformista nel suo tentativo di limitare la rendita fondiaria, ridurre la speculazione sul territorio e dotarlo di infrastrutture e servizi.

Essa ha sostituito al Piano Programma il Piano progetto, alla programmazione urbanistica e quindi alla ricerca di una visione del territorio, un’ urbanistica contrattata, negoziale, prestazionale, estremamente permeabile alle lobby edilizie, finanziarie, e quindi alla speculazione e agli interessi della rendita. Questi periodi, che hanno caratterizzato e caratterizzano tuttora il fare urbanistica hanno permesso il sacco del territorio.

Sottolineo che alcune leggi  che hanno visto la luce  nei primi due decenni di questo secolo, ascrivibili a tutte le colorazioni politiche, hanno fatto da sponda e favorito questo sacco del territorio. Mi riferisco alle norme che hanno reso possibile aggirare la legge n° 10 del 1977 detta “Bucalossi”, o del “ Regime dei suoli” che prevedeva che gli oneri di urbanizzazione fossero vincolati alla realizzazione delle infrastrutture e strutture di servizio alle aree urbanizzate, norme che hanno permesso  che tali risorse fossero in tutto, o per la gran parte, stornate e riversate nel bilancio dei Comuni per coprire la spesa corrente. Una misura per garantire gli equilibri di bilancio. Anche questo ha spinto ad elaborare piani sovradimensionati dal punto di vista edilizio che ha messo in moto attività speculative compulsive, e di conseguenza grande consumi di suolo. Il tutto secondo il postulato che il “mattone rappresentava/rappresenta il volano dell’economia”. I Comuni con queste norme, e con i conseguenti Piani edilizi sovradimensionati, annualmente si garantivano risorse per milioni di euro. Gli stessi progetti di rigenerazione, spesso di aree pubbliche, edifici pubblici dismessi, hanno trasformato aree verdi in aree edificabili con notevole impermeabilizzazione dei suoli, hanno svenduto beni pubblici.

Progetti che troppo spesso si rifanno   al modello milanese oggi sotto inchiesta. Modello basato su partnership pubblico-privato, semplificazione delle procedure urbanistiche e grande velocità nelle trasformazioni che ha messo in luce la commistione tra pubblico e privato, conflitti di interesse, irregolarità nei processi autorizzativi, mancati introiti nelle casse del comune, proprio riguardante gli oneri di urbanizzazione e quant’altro. Una vicenda che ha acceso il dibattito sulla governance delle città, la trasparenza delle decisioni urbanistiche e il ruolo degli interessi privati nelle trasformazioni urbane.

In questo contesto  si è pure verificato un depotenziamento degli organi di controllo relativamente al paesaggio, funzionale alla realizzazione di progetti spesso impattanti. Parlo della destrutturazione delle Soprintendenze, che con i vari ministri vedi Bondi, Franceschini e altri, sono state ridimensionate e spesso messe nelle condizioni di soccombere di fronte a fortissimi interessi e pressioni.

Oggi a Lucca e Capannori ci troviamo a combattere per impedire lo scempio rappresentato dall'asse nord-sud, una striscia di asfalto larga circa 15 metri, molto di più con i terrapieni, lunga 7 km dal costo esorbitante di 26 milioni a km, per un totale (per ora) di ben 179 milioni di euro, un costo  triplicato dal momento in cui è stato proposto, una decina di anni fa.

Un'opera il cui tracciato insiste sul paleoalveo del Serchio, con importanti criticità idrogeologiche, ambientali, paesaggistiche, urbanistiche. Un'opera capace di scompaginare, in maniera irreversibile la Piana lucchese, il tessuto connettivo periferico di Lucca e Capannori, che verrebbe tagliato in due, con un impatto catastrofico.

Esistono alternative a questo scempio che impongono un cambio di paradigma, passando dalla mobilità su gomma a quella su rotaia, per merci e persone, un'implementazione dei mezzi pubblici, la realizzazione di una metropolitana di superficie, di area vasta, recuperando anche il percorso del tratto ferroviario dismesso Lucca - Pontedera, tutto ciò porrebbe le premesse per decongestionare dal traffico l'area metropolitana lucchese, estesa fino ad Altopascio, e riorganizzare una mobilità sostenibile e meno inquinante, corredata anche da percorsi ciclabili sicuri. 

 

Un’altro aspetto del consumo di suolo, è rappresentato dall’intensivo, spropositato sfruttamento della risorsa marmifera delle Apuane.  Le Alpi Apuane, geologicamente appartenenti al sistema appenninico, sono state e sono violentate, distrutte, in  spregio delle norme della legge Galasso del 1985, la quale  prevedeva la tutela delle montagne appenniniche al di sopra dei 1200 metri,  e  introduceva una disciplina di tutela paesaggistica (e ambientale) su vaste categorie di territori, fissando criteri di vincolo automatico tra cui quelle in questione, aree ritenute di particolare valore naturale e paesaggistico. Nonostante ciò sono state e sono oggetto di una devastazione vergognosa.

Esistono Moltissime cave al di sopra di tale quota e moltissime sono pure inserite all’interno del Parco delle Alpi Apuane. Una delle ragioni di questa permanenza del disastro ambientale sono ascrivibili agli introiti che le imprese, versano ai Comuni in ragione dell’attività di scavo permessa, ben poca cosa a fronte di un ricavo netto per le imprese,  stratosferico, del 47/%, eccezionalmente superiore alla media del 4 – 5 % ( vedi inchiesta di Report). L’altra ragione addotta  per giustificare in maniera strumentale  questo disastro è riferibile all’occupazione che garantirebbe questa attività, occupazione che oggi, con l’utilizzo dei moderni macchinari, si è ridotta al lumicino, Oggi con pochissimo personale è possibile in un giorno cavare marmo in una quantità che fino a qualche tempo fa, senza l’ausilio di tali macchinari si poteva cavare in un mese. Il risultato è la cancellazione di montagne iconiche, di memoria, di paesaggio, oltre all’alterazione delle falde acquifere, all’inquinamento da polveri di marmo, al rischio idrogeologico, alla perdita di valori paesaggistici ed eco sistemici, propedeutici ad un possibile sviluppo turistico sostenibile.

Andrea Zanzotto, uno dei maggiori poeti del novecento proprio è intervenuto più volte a proposito del consumo di suolo. Il poeta veneto è stato una delle voci più lucide e dolenti contro la devastazione del paesaggio italiano nel secondo Novecento. Nei suoi saggi e nelle interviste parlava spesso della “compulsione edilizia maniacale” come di una vera e propria malattia collettiva: l’incapacità di sopportare il vuoto, il verde, lo spazio non costruito.

Zanzotto denunciava l’idea  secondo cui “un campo d’erba sarebbe niente”, qualcosa di “inutilizzato e quindi da riempire”.

Per lui era esattamente il contrario: il prato, la campagna, il paesaggio conteneva valori, erano e sono memoria, lingua, identità, una stratificazione di storia e natura.

In varie occasioni sottolineò come la mentalità speculativa vedesse nel territorio solo un supporto da saturare.

In un’intervista degli anni ’80 parlava della trasformazione del Veneto in una “nebbia di capannoni”, frutto di uno sviluppo incontrollato che non rispondeva a bisogni reali ma a una spinta quasi ossessiva alla costruzione. Per Zanzotto: il paesaggio non è sfondo, ma soggetto vivente

il consumo di suolo è una forma di violenza culturale, l’urbanizzazione selvaggia nasce da una ansia produttivistica che non tollera il limite.

Zanzotto ha anticipato molti temi dell’ecologia contemporanea: quelli della cementificazione, della perdita di biodiversità, dell’omologazione del territorio.

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