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Scritto da luciano luciani
Cultura
13 Febbraio 2025

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A partire dalla prima metà degli anni Trenta del secolo scorso una nuova sensibilità, che rivendica un discorso autonomo dal formalismo imperante, comincia a manifestarsi nella cultura italiana dalla letteratura al cinema, alle arti figurative. Si stacca nettamente dalla prosa d’arte sino a quel momento vincolante in letteratura e praticata dai cosiddetti Rondisti, cosi chiamati perché facenti capo alla rivista “La Ronda”, i cui redattori, scrittori, collaboratori coltivano un’idea di restaurazione della letteratura italiana nelle sue tradizioni “alte”: quindi tanto Petrarca, molto Manzoni e dosi abbondanti di Leopardi prosatore, quello delle Operette Morali… Il realismo che avanza, invece, intende raccontare la realtà italiana così com’è e finisce per entrare in contrasto con la visione ottimistica che del nostro Paese offre il fascismo al potere. È un diverso modo di sentire il mondo che non trascura il racconto delle drammatiche lacerazioni economiche, sociali, culturali dell’Italia di allora ricollegandosi al miglior realismo del secondo Ottocento, quello di Verga, del giovane Pirandello e degli scrittori ingiustamente derubricati a “regionali” come Capuana, Serao, Deledda, Di Giacomo... Neorealismo è termine coniato dal critico letterario Arnaldo Bocelli all’indomani della pubblicazione de Gli Indifferenti, 1929, di Alberto Moravia, un’impietosa narrazione della povertà morale delle giovani generazioni negli anni del fascismo scritto in un linguaggio scabro, diretto, essenziale… Lo stesso di Gente in Aspromonte; 1930, di Corrado Alvaro, di Tre operai di Carlo Bernari, di Don Giovanni in Sicilia, 1941, di Vitaliano Brancati. Per i neorealisti è necessario abbandonare le estetizzanti esercitazioni di stile per ritrarre il mondo con la maggior dose possibile di verità. Poi arriva la guerra con i suoi lutti e le sue tragedie, le distruzioni e le miserie, materiali e morali… Ne deriva l’umanissima risposta rappresentata dalla stagione dell’impegno, centrato attorno a una concezione della letteratura tesa a realizzare una cronaca nuda e diretta degli avvenimenti nella convinzione che i fatti parlino da soli e che siano tanto più eloquenti quanto meno mediati dalla forma letteraria. Si pensa che la semplice assunzione del contenuto - la guerra, la lotta partigiana, il dopoguerra, la faticosa ricostruzione del Paese, le lotte contadine e operaie per migliorare le condizioni di vita - e la mera imitazione del parlato, o di quello che si riteneva tale, fossero sufficienti a fondare una poetica nuova. Insomma, non siamo lontano dal vero quando affermiamo che il neorealismo può essere interpretato come una contaminazione o una coortazione subita dalla letteratura perché in un determinato tempo e luogo urgevano altre ragioni di tipo extraletterario: civili, politiche economiche, sociali… In Italia e in Francia soprattutto, nel clima ancora fervido della vicenda resistenziale, prevale l’idea dell’intellettuale come uomo di cultura attivo, engage, non isolato nella sua torre d’avorio, ma disponibile, sempre e comunque, a battersi per migliorare la società ed eliminarne difetti e ingiustizie. Non pochi giovani scrittori, allora, provati dalle esperienze della guerra, della prigionia, della Resistenza, delle durezze degli anni della ricostruzione, sentono il bisogno di recuperare la realtà sociale e tali argomenti diventano spesso, forse troppo spesso, occasioni narrative affidate prevalentemente alla prosa, al romanzo, al racconto… Il letterato si politicizza in forme e manifestazioni non di rado eccessive che finiscono per dare vita a polemiche, distinguo, ripensamenti… La letteratura finisce per risentirne e, una volta venute meno le motivazioni forti di quella scrittura, una tale narrativa perde vigore, si prosciuga, si isterilisce… Il più bel libro del neorealismo di tre quarti di secolo or sono valutato secondo i mutati modi di sentire dei nostri giorni? A parere di chi scrive, Il mondo è una prigione, di Guglielmo Petroni, lucchese, vissuto per gran parte della sua esistenza a Roma. Pagine tra prosa morale e diario intimistico, che per Natalino Sapegno, illustre storico e critico della letteratura, restano una delle prove migliori della letteratura di quel periodo. Un libro che come pochi altri rielabora l’esperienza tragica della detenzione per motivi politici come trauma profondo che condanna l’individuo all’isolamento e all’incomunicabilità. Per il critico letterario Geno Pampaloni, tra i numerosi lavori nati dall'esperienza della guerra,a nessuno come a questo è riuscito di restituire con altrettanto sobria intensità il senso che accomuna l'abiezione della tirannia ad una tragedia umana”. Il mondo è una prigione, pubblicato nel 1948 e più volte rieditato, riceve nel 1965 il Premio Nazionale Prato per il ventennale della Resistenza come “il miglior libro sulla Resistenza nato dalla Resistenza”. Sul “Corriere della sera” Andrea Camilleri scrive: “Nella mia vita ci sono due libri che mi hanno formato, non come scrittore, ma come persona: il primo, in ordine di tempo, era stato, ancora negli anni del fascismo, La condizione umana di Malraux; il secondo indubbiamente fu Il mondo è una prigione".

Una mostra intitolata “Guglielmo Petroni. Il segno e la parola” promossa dalla Fondazione Banca del Monte di Lucca e dalla Fondazione Lucca Sviluppo, curata da Alessandra Trabucchi e Giovanni Ricci, illustra la biografia dell’autore lucchese, i suoi anni giovanili, la passione per la pittura, l’esperienza della Resistenza, la vasta rete delle relazioni con gli intellettuali e gli artisti del suo tempo. La mostra rimane aperta fino al 16 marzo 2025 al Palazzo delle Esposizioni di Lucca.

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