Un fratello può scrivere qualcosa su di un libro scritto dal consanguineo? La mia risposta è sì. Non ci sono limiti alla libertà di pensiero e di espressione, a meno che non si violi la legge.
Mio fratello Mario è stato funzionario della Banca d’Italia. Per vari anni è andato in giro per l’Italia ad ispezionare le banche. Conosce buona parte della Penisola ed ha potuto assimilare gusti e abitudini che ne hanno arricchito la personalità.
Venuto in pensione, si è messo a scrivere, come è successo a me, anche se mentre lavoravo io collaboravo con articoli a qualche rivista letteraria, ad una delle quali “Sìlarus”, sono ancora abbonato. Sìlarus sta per Sele, il fiume che passa vicino a Battipaglia dove la rivista, ancora attiva (fu fondata nel 1961 dal poeta Italo Rocco), si stampa.
Quello dello scrivere deve essere un vezzo di famiglia, poiché non solo scrive mio fratello, ma scrive mia figlia Claudia e scrive mio figlio Stefano.
Con questo sono già 19 i romanzi brevi scritti da mio fratello.
I suoi temi riguardano la montagna, di cui ha scalato molte vette delle Apuane e dell’Appennino, l’amore verso la donna e verso il prossimo, nonché le sfide e gli insegnamenti che la vita ci dà, non sempre gratis ma a prezzo di qualche pena.
Anche il rapporto tra gli esseri umani è sempre indagato con perspicace interesse. All’autore piace l’onestà e la semplicità del vivere e i suoi personaggi sono tutti di una limpida e specchiata trasparenza.
Come me, stampa i suoi libri con Amazon (e lì li troverete: https://www.amazon.it/s?k=mario+di+monaco&i=stripbooks&crid=1ATUS2UMFTABR&sprefix=%2Cstripbooks%2C136&ref=nb_sb_ss_recent_3_0_recent ), e li dona ai suoi amici, taluni addirittura amici d’infanzia, che anch’io conosco. Essi sono entusiasti di ciò che scrive e gli chiedono continuamente un nuovo romanzo. Mario li accontenta, grazie ad una fantasia prodigiosa ed anche a una voglia di mettere nero su bianco il sentire della sua anima.
Veniamo all’ultimo libro, “Arrendersi mai”, che mi dà modo di sottolineare una qualità dell’autore che è quella di documentarsi diligentemente dei luoghi in cui ambienta i suoi romanzi, anche i più lontani. Come in questo caso, in cui veniamo a conoscenza di località della California frequentate da Gianni Corsi, il protagonista, il quale (un povero pastorello) si trasferisce in America presso un ricco zio di nome Giorgio, fratello di suo padre, Luigi.
Sappiamo che sin da ragazzino ha amato Anita, figlia di uno svedese, Erik Larsson, ingegnere minerario che si era trasferito in Italia e aveva sposato Rosa, una ragazza di Pedemonte, il paese montano in cui aveva vissuto anche Gianni, morta poi di leucemia. Erik aveva messo su una locanda a cui aveva dato il nome della moglie defunta, ossia “Rosetta”, e Anita vi lavorava tutto il giorno, e quando riusciva a sfuggire alle attenzioni del padre andava a cercare Gianni, laddove pascolava le pecore e si amavano. Ma Erik non voleva che la figlia frequentasse Gianni, considerato non all’altezza della sua classe sociale.
Anita, invece, continuò segretamente a frequentarlo, fino a che Gianni non decise di trasferirsi in America. Dopo qualche giorno dalla sua partenza, Anita si accorge di essere incinta, ma nelle lettere che per qualche tempo si scambiarono non rivelò mai a Gianni che gli era nata una figlia a cui aveva dato il nome della sua mamma, Rosa.
È da qui che parte una trama sottilissima e già il lettore si domanda se Gianni, che non si è più fatto vivo – e sono passati più di 20 anni – verrà mai a sapere e a conoscere questa figlia.
Gianni ha successo in America e crea, in successione l’una con l’altra, molte nuove attività dalle quali sa trarre un buon profitto. Lo zio Giorgio ne è contento e lascia a lui le decisioni più importanti, avendo già maturato l’idea di farlo erede di tutta la sua proprietà.
Da povero pastorello, dunque, Gianni è diventato un uomo di tutto rispetto, accolto e onorato nel suo nuovo ambiente sociale. E poiché lo zio s’interessava anche di politica e aveva occupato delle importanti cariche nel partito democratico, ecco che indirizza pure il nipote su quella strada, finché Gianni non diviene, a soli 33 anni, addirittura senatore. Ne è soddisfatto anche il padre Luigi che, insieme con la moglie Adele, ora si è unito a loro, lasciando l’Italia per aiutare il fratello e il figlio, la cui attività ha raggiunto dimensioni notevoli. Sapremo anche che Gianni, per la posizione raggiunta, dovrà vedersela e accordarsi pure con delle associazioni criminali.
Di Anita conosceremo alcune vicende legate al corteggiamento che riceve in paese dai coetanei, ma lei, in qualche modo, riesce a non legarsi a nessuno di loro. Il padre insiste affinché si sposi così da dare un padre putativo a Rosa, ma lei continua ad opporsi. Nessuno, al momento, riesce a prendere il posto di Gianni, il quale, un giorno che lo zio gli domanda perché non frequenti delle ragazze, risponde: “C'è un motivo per cui preferisco evitare di impegnarmi in relazioni serie con le donne. Quando ho lasciato Pedemonte una parte di me è rimasta sulla collina dove io e la mia ragazza ci incontravamo di nascosto per fare l'amore. Quando salivo lassù con il gregge non vedevo l'ora che arrivasse. Bastava scambiarci un semplice abbraccio per essere travolto da sensazioni di piacere che si diffondevano in tutto il corpo.”.
Il lungo silenzio tra i 2 innamorati ci induce a pensare ad una situazione ormai stabilizzata, difficile da recuperare. Anita è corteggiata, è ancora affascinante, esce con qualcuno… Gianni, oltre oceano, è felice con Laura, la ragazza avvenente e imprenditrice, diventata sua moglie, e che lo aiuterà molto nel suo lavoro (le capiterà una disgrazia, però).
Ma ci stiamo ingannando; non è così. Dovremo ravvedercene, i due sono destinati, infatti, a rincontrarsi, poiché c’è un filo sottile che lega i due protagonisti, ed è l’amore, che, al di là della distanza, li tiene uniti l’uno all’altra, così che, ad un certo punto, anche Anita e sua figlia Rosa giocheranno un ruolo importante. E il merito sta nel fatto di non essersi mai arrese, come l’autore scrive nel finale: “Ma la vita ci insegna che non dobbiamo arrenderci mai di fronte a situazioni drammatiche che ci fanno perdere la fiducia nel futuro. Perché, anche se talvolta in modo tortuoso e doloroso, ci indica sempre la via per trasformare in realtà le nostre aspirazioni.”.
È un romanzo dalla scrittura fresca, precisa, nitida, avvolgente, ma di cui non intendo svelare il finale, limitandomi a dire che il lettore, soprattutto nella seconda parte, resterà col fiato sospeso.
Mario Di Monaco: “Arrendersi mai”
Scritto da Bartolomeo Di Monaco
Cultura
19 Ottobre 2026
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