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Scritto da Redazione
Cultura
15 Maggio 2020

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Una telefonata del direttore: Marco se vuoi c'è da fare un pezzo sul concerto di Ezio Bosso a Torre del Lago. Senza pensarci un minuto accetto e, insieme a mio figlio Jacopo, andiamo ad ascoltare questo "fenomeno".

Come tutti i cronisti, quelli veri, non come questo "giovane vecchio pubblicista", mi documento e memorizzo diverse cose, sui suoi trascorsi, sulla sua musica, sulla sua vita e naturalmente sulla sua malattia.

La sera è splendida, una serata perfetta per ascoltare musica e che musica. In un teatro quasi tutto esaurito l'emozione si tocca con mano. Abbiamo un posto splendido, grazie Aldo, grazie Gazzette, visuale perfetta.

L'attesa passa velocemente e, finalmente, ecco il momento tanto atteso: il maestro fa il suo ingresso. Prende in mano il microfono e semplicemente dice: "Ciao e grazie". Tre parole come si dice tra amici e il contatto artista e pubblico è subito vivo.

Ho ancora nelle orecchie la sua musica, un concerto di più di tre ore senza mai che lui si risparmiasse, senza mai una fase di stanca. Emozioni vere. Lui e il suo piano, poi lui e i suoi violoncellisti, pezzi su pezzi. Presentò il suo ultimo lavoro e concesse nonostante fosse esausto anche un bis, travolgente con tutto il teatro in piedi, e lui semplicemente in simbiosi col suo piano che chiamava confidenzialmente il "mio amico".

Ieri sera se ne è andato, solo qualche giorno prima in una intervista aveva espresso, sia pur con grande fatica, per colpa della "stronza" che lo affliggeva, tutto quello che è stato il suo pensiero: la musica come espressione, la musica come segno distintivo della sua anima gentile e candida. Un artista che credeva "che solo insieme e senza fare troppo chiasso" l'umanità potesse salvarsi.

Oggi che per sentire un concerto accanto a tuo figlio devi fare test e tamponi e poi stare a distanza "socialmente utile", sembra strano ricordarlo. Una persona che aveva sempre voglia di imparare, umile al punto di scusarsi quando a Sanremo chiese scusa perché le sue mani a volte andavano per conto proprio.

Aveva iniziato come bassista in un complesso, ma già allora era un genio, tanto che i suoi stessi compagni della band lo ritennero troppo bravo. Tifoso da sempre del Toro "per ragioni del Dna e perché quella maglia granata è la sintesi di tutta la storia del pallone", amava quando tornava nella sua Torino girare per il centro e fermarsi in qualche vineria dove aveva bevuto da ragazzo. Ezio Bosso era una persona non un personaggio.

Chiuse quel concerto al teatro Puccini con questa frase: "Nella musica come nella vita bisogna allenarsi per migliorare noi e per migliorare chi ci sta accanto. Anche i sorrisi vanno allenati, perché anche se un sorriso non ti cambia la vita, può cambiare una giornata e tante giornate possono cambiare la vita".

E mentre lasciava il palco, sullo sfondo del lago, un signore con cappello e con un toscano in bocca annuiva, anche al maestro Puccini il concerto aveva regalato emozioni.

 

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