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Scritto da beatrice venezi
Cultura
14 Settembre 2026

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Pensare un immaginario italiano è un tema complesso, sfidante e appassionante al contempo. Ma soprattutto necessario; da analizzare e affrontare, oggi più che mai. L’immaginario è quella dimensione metafisica opposta, ma complementare, della realtà. Un metaverso, per dirla in termini attuali. È un supplemento illusorio che coadiuva il pensiero, una funzione psichica comune a tutti gli esseri umani, in grado di permeare fattivamente ogni aspetto della cultura e della creatività. Ogni popolo ha il suo immaginario collettivo fatto di simboli, concetti, modi, espressioni culturali che sono presenti nella sua memoria e che lo identificano.

Qual è lo stato dell’arte del nostro immaginario, e quale immaginario noi italiani stiamo proiettando all’esterno?

Temo che quell’immaginario italiano diffuso all’estero — con i suoi simboli tipici di sole, mare, buon cibo, moda, arte e grande bellezza — stia progressivamente sbiadendo, offuscato dalle tinte grigie del caos latente, del senso di sfiducia, insicurezza e paura generato nei suoi cittadini. Persino il mito del latin lover italiano si è trovato costretto a cedere il passo alla nuova mascolinità. Tutto ciò proietta l’immagine di un Paese sbigottito dal furore nichilista della globalizzazione, che scolorisce la nostra identità nazionale.

Eppure sappiamo costruire immaginari. Lo abbiamo già fatto, e per capire come, basta ascoltare.

C’è un dato che dovrebbe farci riflettere ogni volta che parliamo di identità italiana nel mondo: la musica, in ogni conservatorio del pianeta, si studia in italiano. Allegro, andante, crescendo, da capo. Uno studente di Tokyo, di Buenos Aires o di Helsinki parla italiano ogni giorno senza saperlo, perché la nostra lingua è diventata la lingua della musica stessa. Nessun trattato diplomatico, nessuna campagna di promozione ha mai ottenuto tanto: è stato il prestigio di generazioni di musicisti a imporlo, nota dopo nota.

Quei musicisti erano, a tutti gli effetti, ambasciatori di un immaginario. Giovanni Battista Lulli, fiorentino, arriva alla corte di Luigi XIV e diventa Jean-Baptiste Lully: un italiano che inventa nientemeno che l’opera francese. Luigi Boccherini parte dalla mia Lucca e passa la vita a Madrid, alla corte di Spagna: porta con sé il cantabile italiano, assorbe il fandango e le chitarre iberiche, e ne fa una musica che è insieme radicata e aperta. Il suo celebre Minuetto lo riconosce ancora oggi chiunque, anche chi non saprebbe dire da dove viene. Luigi Cherubini, fiorentino anche lui, arriva a dirigere il Conservatorio di Parigi: la formazione musicale francese, per decenni, passa dalle mani di un italiano.

E poi Rossini, che a Parigi diventa l’italiano più famoso del mondo: il suo nome è sinonimo di genio, di brio, di quel crescendo che ancora oggi chiamiamo “rossiniano”. Un immaginario così completo da sconfinare persino nella gastronomia: gli è intitolato un piatto, i tournedos alla Rossini, come a dire che l’Italia esportava insieme la musica e l’arte del buon vivere. Verdi, il cui stesso nome divenne acronimo e grido del Risorgimento: la musica che letteralmente costruisce l’identità di una nazione mentre la nazione sta nascendo. E Puccini, che nel 1910 porta la prima mondiale della Fanciulla del West al Metropolitan di New York: un compositore toscano che racconta l’America agli americani, e loro fanno la fila per ascoltarlo.

Questi musicisti non hanno esportato cartoline. Hanno esportato un modo di sentire. Ed è questa la lezione che dobbiamo recuperare: la musica è il veicolo di identità più potente che possediamo, perché non ha bisogno di traduzione. Arriva prima delle parole, resta dopo le parole. L’immaginario italiano nel mondo non è nato per caso: è stato composto, eseguito, diretto.

Quando penso a che cosa sia necessario fare per la nostra Nazione, non posso che immaginare un nuovo rinascimento: un luogo di bellezza dove la gente torni a percepire uno Stato amico e guida, informato a una vera e propria etica della fiducia.

Mi piace immaginare che le mille piaghe che si sono aperte nella nostra società possano essere riparate, soprattutto quelle che si sono aperte nei suoi due spazi primari: la famiglia e la scuola. Ed è lì che è necessario agire, perché il mondo che noi conosciamo è inevitabilmente un nostro prodotto. Un volano determinante è la cultura in tutte le sue forme, che deve essere messa al centro e diffusa capillarmente in ogni strato della popolazione, perché la cultura crea una coscienza collettiva bella, nobile. E poi perché dentro al concetto di cultura c’è anche quello di identità, che è la capacità di espressione di sé come persone e come comunità, progetto e immaginario, memoria del passato e proiezione del futuro, e mille altre cose ancora. È più che mai necessario far conoscere e proteggere le nostre radici culturali con determinazione, perché senza identità culturale semplicemente non c’è identità nazionale, né un immaginario comune, né un popolo.

È evidente che anche l’immaginario si vada aggiornando sulla base dell’evoluzione di una nazione e della sua identità. Dobbiamo essere in grado di assorbire quelle radici e quelle peculiarità che hanno determinato la nostra unicità e, allo stesso tempo, implementarle, aggiornarle attraverso la sensibilità di una società che è sempre più scientifica e tecnologica, rimanendo fedeli ai principi di creatività e unicità che ci contraddistinguono e che ci vengono riconosciuti nel mondo. Del resto è esattamente ciò che fecero Boccherini con il fandango e Puccini con il West: portare le radici in territori nuovi, senza mai reciderle.

L’alternativa è divenire un omogeneizzato informe e incolore nel frullatore del mondo globalizzato dal pensiero unico.

In conclusione: la cultura libera è ribellione ai condizionamenti. Difende la propria mente, nutre il pensiero critico e il libero arbitrio, e crea un’indipendenza immaginativa, conoscitiva e morale. La nostra musica lo ha già dimostrato al mondo, per tre secoli. Sta a noi ricominciare a dirigerla.

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